TRADUZIONE INFORMALE, DA NON CONSIDERARE COME TESTO UFFICIALE
Rapporto sul rispetto dei diritti umani nei vari paesi – ITALIA, 25 febbraio 2009
(Pubblicato dall’Ufficio per la Democrazia, i Diritti Umani ed il Lavoro)
ITALIA
L’Italia è una democrazia parlamentare multipartitica con una popolazione di circa 59,1 milioni di persone. Il Parlamento bicamerale è composto dalla Camera dei Deputati e dal Senato. Osservatori internazionali hanno giudicato “libere e giuste” le elezioni per il Parlamento nazionale del 14 aprile. Le autorità civili hanno in generale mantenuto un efficace controllo delle forze di sicurezza.
Il governo ha in generale rispettato i diritti umani dei cittadini, sebbene si siano riscontrati problemi in determinati settori, in particolare lunghe detenzioni in attesa di giudizio, iter giudiziari eccessivamente protratti, violenza contro le donne, traffico di esseri umani e abusi nei confronti della popolazione di etnia rom.
RISPETTO DEI DIRITTI UMANI
Sezione 1 Rispetto dell’integrità della persona, compresa la libertà da:
a. Privazione arbitraria o illegale della vita
Nel corso dell’anno il governo o suoi incaricati non hanno commesso alcun omicidio per cause politiche.
È ancora in corso un’inchiesta sull’uccisione ad Arezzo di Gabriele Sandri, avvenuta nel novembre del 2007 e compiuta da un agente di polizia che cercava di sedare una rissa. La prima udienza è stata fissata per il gennaio 2009.
Non risulta che le autorità abbiano svolto indagini, né che la loro istruzione sia probabile, circa l’uccisione di Susanna Venturini da parte di un agente di polizia, avvenuta nel luglio del 2007 mentre la donna stava cercando di fuggire dalla scena di un crimine.
Prosegue a Ferrara il processo nei confronti di quattro agenti di polizia accusati di omicidio preterintenzionale per la morte di Federico Aldovrandi, avvenuta nel 2005 mentre questi era in stato di fermo.
b. Scomparse
Non sono state denunciate scomparse per cause politiche.
c. Tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti
La legge proibisce tali pratiche; tuttavia, è stato riferito che la polizia ha occasionalmente usato una forza eccessiva nei confronti di alcune persone, soprattutto rom e immigrati detenuti per reati comuni, o nel corso di controlli d’identità.
È proseguita l’attività giudiziaria relativa al comportamento della polizia durante le manifestazioni di protesta al G-8 di Genova del 2001. Il 29 marzo la Procura di Genova ha chiesto l’incriminazione di Gianni De Gennaro, all’epoca funzionario capo della polizia, per aver indotto agenti di sicurezzaa rendere falsa testimonianza a proposito del comportamento tenuto dalla polizia nei confronti dei manifestanti. (Il 23 maggio il governo ha nominato De Gennaro direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, ufficio che coordina le varie attività dei servizi segreti).
Il 15 luglio un tribunale ha inflitto a 14 poliziotti condanne che vanno dai cinque mesi ai cinque anni di reclusione per “trattamento disumano o degradante”, tra cui compare l’aggressione fisica, nei confronti di manifestanti che si trovavano in stato di fermo. Il 13 novembre il tribunale di Genova ha giudicato 13 agenti di polizia colpevoli di falsa testimonianza, cospirazione e aggressione durante un raid della polizia in un edificio usato dai manifestanti, condannandoli a pene comprese tra i due e i quattro anni di reclusione. Nella sentenzafinale il tribunale di Genova ha rilevato come in base alle convenzioni internazionali alcuni trattamenti degradanti riservati ai manifestanti potessero essere considerati torture. Le organizzazioni non governative (ONG) hanno ripetutamente criticato il Paese per l’assenza di uno specifico reato di tortura nel proprio codice penale.
Il 28 febbraio la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha dichiarato che, in base alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, l’Italia avrebbe violato i propri impegni se avesse espulso il cittadino tunisino Nassim Saadi, accusato di terrorismo. Alla fine dell’anno l’uomo si trovava in prigione in attesa di una decisione. Nel 2003 il Paese ha firmato un accordo con la Tunisia sul rimpatrio, il traffico di esseri umani e l’immigrazione clandestina.
Il 3 giugno il Ministero dell’Interno ha estradato un cittadino tunisino, Essid Sami Ben Kamais, dopo che questi aveva scontato una pena per coinvolgimento in fatti di terrorismo internazionale. L’espulsione ha avuto luogo nonostante il 29 marzo la CEDU ne avesse chiesto la sospensione in attesa del riesame, visto il rischio che Ben Kamais subisse torture e maltrattamenti nel proprio Paese d’origine.
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riesaminato 30 ordini di espulsione emessi dal Ministero dell’Interno dal luglio 2006 fino alla fine del marzo 2007, e ha bloccato l’espulsione di cinque individui ritenuti terroristi dalle autorità, invocando la necessità di impedirne la violazione dei diritti umani nei loro paesi d’origine. Nel corso dell’anno le autorità sono riuscite ad espellere nove immigrati sospettati di legami con le reti terroristiche.
Condizioni nelle carceri e nei centri di detenzione
Le condizioni nelle carceri e nei centri di detenzione sono state in generale conformi agli standard internazionali, sebbene alcune carceri siano ancora sovraffollate e obsolete. Il governo ha consentito la visita di osservatori indipendenti che operano per la tutela dei diritti umani.
Il 15 luglio c’erano 54.600 detenuti in un sistema penitenziario progettato per ospitarne 42.900; tuttavia, la distribuzione ineguale dei detenuti provocava un maggiore sovraffollamento di alcuni centri detentivi. Le strutture più vecchie mancavano di spazi all’aperto o adatti a praticare esercizio fisico, mentre alcune mancavano di adeguata assistenza sanitaria. A giugno il 67 percento circa dei detenuti stava scontando condanne definitive; il restante 33 percento risultava composto prevalentemente da detenuti in attesa di giudizio.
Secondo un centro di ricerche indipendente, da gennaio ad ottobre 105 detenuti sono morti in stato d’arresto, dei quali 40 per suicidio. Non si ha notizia che alcuna di queste morti sia il risultato di abusi o negligenza da parte di agenti di polizia penitenziaria.
Alcuni dei 17 centri di detenzione temporanea per immigrati clandestini hanno continuato talvolta ad essere sovraffollati, soprattutto in estate, quando è aumentato il flusso d’ingresso dal Nord Africa. Secondo Amnesty International (AI) in queste strutture spesso i bambini sono stati ospitati insieme agli adulti. La legge non prevede che i detenuti in attesa di giudizio siano tenuti separati dai prigionieri che scontano una sentenza definitiva, e in alcune carceri più piccole vengono ospitati insieme.
Il governo ha consentito la visita alle strutture penitenziarie da parte di membri di organizzazioni indipendenti che tutelano i diritti umani, di parlamentari e di rappresentanti dei mezzi di informazione. A settembre il Comitato per la Prevenzione della Tortura (CPT) del Consiglio d’Europa (CE) ha valutato il sistema penitenziario italiano e ha inviato al governo un rapporto confidenziale. A novembre il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria ha visitato alcune strutture carcerarie a Milano, Roma, Napoli e in Sicilia, ed ha espresso preoccupazione riguardo alle condizioni di detenzione dei condannati per reati di stampo mafioso. Molti Comuni si sono dotati di un difensore civico permanente per il sostegno dei diritti dei detenuti e per facilitare il loro accesso alle cure sanitarie e ad altri servizi. Il governo ha consentito l’accesso ai centri di detenzione a rappresentanti dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR), e tali visite sono risultate conformi ai suoi standard.
Il 3 agosto un avvocato ha denunciato lo stupro che un giovane detenuto avrebbe subito, nel 2006, da parte di altri prigionieri, a causa del suo presunto orientamento sessuale; non risulta che su questo caso sia stata aperta un’inchiesta.
d. Arresto o detenzione arbitraria
La Costituzione vieta l’arresto o la detenzione arbitraria, e il governo ha in generale rispettato tali divieti.
Ruolo della polizia e dell’apparato di sicurezza
Le autorità civili hanno mantenuto un efficace controllo sui Carabinieri, sulla Polizia, sulla Guardia di Finanza e sulle forze di Polizia Municipale. Il governo possiede strumenti di indagine e persecuzione degli abusi e della corruzione. Non risultano denunce di impunità relative alle forze di sicurezza presentate nel corso dell’anno; tuttavia, i lunghi ritardi verificatesi nelle indagini istruite dalle procure e delle autorità giudiziarie in alcuni casi di presunti abusi, hanno minato l’efficacia dei meccanismi di indagine e punizione circa gli abusi commessi dalla polizia.
I pubblici ministeri di Campobasso (Molise) hanno proseguito le indagini sul comandante di una stazione dei Carabinieri, su sette fra agenti di polizia e carabinieri, e sull’ex capo delle forze di polizia municipale di Termoli, tutti arrestati nel maggio del 2007 con le accuse di associazione a delinquere, truffa, falsa testimonianza, divulgazione di informazioni riservate e appropriazione indebita.
I casi di tre degli otto Carabinieri arrestati a Milano per concussione e manipolazione di prove sono rimasti aperti. Uno dei tre militari è stato incriminato e per gli altri due l’udienza è stata rinviata. A quanto riferito, gli otto usavano false prove per estorcere denaro ad alcune persone condannate in precedenza per altri reati. Gli altri quattro agenti sono stati condannati a pene detentive o al pagamento di multe.
Arresto e detenzione
Per trattenere in stato di fermo un individuo la polizia ha bisogno di un mandato rilasciato da un pubblico ministero, a meno che non si verifichi la flagranza di reato o che non ci siano condizioni di specifico ed immediato pericolo a cui dover far fronte. Quando le autorità trattengono in stato di fermo una persona senza un mandato, un giudice istruttore deve decidere se vi siano prove sufficienti per procedere all’arresto entro 24 ore dal fermo. Il giudice per le indagini preliminari ha poi 48 ore di tempo per confermare l’arresto e procedere con l’incriminazione. Nei casi di terrorismo, le autorità possono trattenere gli indiziati per 48 ore prima di portare il caso di fronte a un magistrato.
Le autorità hanno rispettato in generale il diritto a un rapido giudizio. La legge riconosce ai detenuti il diritto a consultare rapidamente e regolarmente avvocati di loro scelta, come pure il diritto a incontrare i propri familiari. Agli indigenti lo stato garantisce un avvocato d’ufficio. In circostanze eccezionali, solitamente in casi di figure legate al crimine organizzato, laddove c’è il pericolo che gli avvocati difensori possano tentare di inquinare le prove, il giudice per le indagini preliminari può prendersi fino a cinque giorni di tempo per interrogare l’imputato prima che a quest’ultimo venga consentito di contattare un difensore. Alcune organizzazioni per i diritti umani sostengono che la legge sul terrorismo non sia conforme al diritto ad un giusto processo, e che in alcuni casi tale normativa abbia causato l’espulsione o il rimpatrio di clandestini sotto inchiesta in Paesi dove vi è ragione di temere di essere perseguitati. Nei casi di terrorismo la legge consente un incremento della sorveglianza e maggiori poteri di polizia nella raccolta delle prove, ad esempio l’indagine del DNA a scopo di identificazione (vedi sezione 2 d).
Nonostante le restrizioni, persiste il problema delle lunghe detenzioni di imputati in attesa di processo. Durante la prima metà dell’anno, il 33 percento di tutti i detenuti era in attesa di giudizio, mentre il 18 percento attendeva una sentenza definitiva. Il termine massimo di detenzione preventiva è di due anni per un reato che prevede una pena massima di sei anni di carcere, di quattro anni per un reato che ne prevede un massimo di venti, e di sei anni per un reato che prevede una pena massima superiore a vent’anni. Secondo alcuni esperti di diritto, qualche pubblico ministero ha usato la prospettiva di una lunga detenzione in attesa di processo come strumento di pressione per ottenere una confessione.
Non esiste il rilascio su cauzione; tuttavia, i giudici possono concedere la libertà provvisoria a imputati in attesa di processo. A tutela contro la detenzione ingiustificata, i detenuti possono richiedere che una corte di giudici (il Tribunale della Libertà) riesaminiil loro caso per decidere se autorizzare o meno la prosecuzione del regime di detenzione.
Le autorità possono infliggere la detenzione preventiva come ultima risorsa, se ci sono prove chiare e convincenti di un grave delitto, o se si tratta di un reato di mafia o terrorismo. Tranne che in circostanze assolutamente eccezionali, la detenzione preventiva è vietata per le donne in stato di gravidanza, per i genitori soli di bambini con meno di tre anni, per le persone con più di 70 anni e per i malati gravi.
e. Diniego di un giusto processo pubblico
La Costituzione garantisce un potere giudiziario indipendente, e il governo ha in generale rispettato nella pratica tale disposizione; tuttavia, la maggior parte dei casi portati in tribunale ha visto lunghi ritardi in fase processuale.
Ci sono state alcune denunce per corruzione giudiziaria. Il 18 luglio, a Caltanissetta, le autorità hanno arrestato un giudice con l’accusa di corruzione. Il 10 giugno i pubblici ministeri hanno rinviato a giudizio due magistrati della Corte di Cassazione (il grado finale di giudizio) e del Consiglio di Stato, Lanfranco Balucani e Vincenzo Maccarrone, arrestati per corruzione a Perugia nel 2007 dalla Guardia di Finanza. I pubblici ministeri hanno contestato loro molteplici violazioni ai regolamenti, tra cui pressioni sulle giurie, nel tentativo di influenzare indebitamente le indagini su due imprenditori che li ricompensavano con regalie. Non si hanno ulteriori notizie sullo stato di questi procedimenti.
Pressioni sul sistema giudiziario, principalmente nella forma di intimidazioni dei giudici da parte di esponenti del crimine organizzato, hanno ulteriormente complicato l’attività giudiziaria. Per esempio, il 6 agosto ignoti piromani hanno dato fuoco alla casa di un pubblico ministero siciliano, Serafina Cannata, impegnata in processi per casi di mafia.
Esistono tre livelli di giudizio. Al primo livello un giudice singolo o una corte, che può essere a sua volta composta da una serie di giudici o da una giuria, esamina i casi. Al secondo livello, corti composte da giurie esaminano gli appelli civili e penali. Contro le decisioni della Corte di Appello entrambe le parti possono rivolgersi alla corte più alta, la Corte di Cassazione, che ha sede a Roma. In alcune circostanze i pubblici ministeri possono contestare i proscioglimenti appellandosi direttamente alla Corte di Cassazione, saltando così il livello d’appello intermedio. Tali appelli si possono basare sull’applicazione della legge da parte del tribunale o, in alcuni casi, sulle prove. Un altro organo, la Corte Costituzionale, esamina i casi di conflitto tra le leggi dello Stato e la Costituzione, e in materia di doveri e poteri dei diversi organi di governo.
Nove tribunali militari e nove procure si occupano dei reati militari commessi dai membri delle forze armate, quali il tradimento, la diffusione non autorizzata di segreti di stato e lo spionaggio. Una corte d’appello riesamina le obiezioni presentate dai difensori o dai pubblici ministeri.
Procedure penali
La Costituzione sancisce il diritto a un giusto processo, e un potere giudiziario indipendente ha in generale garantito questo diritto. I processi sono pubblici. Gli imputati hanno diritto a un avvocato difensore che abbia il tempo adeguato per preparare una difesa. Gli imputati possono essere messi a confronto con i testimoni dell’accusa, che possono a loro volta essere interrogati, e inoltre possono presentare testimoni e prove a loro difesa. Su richiesta, i pubblici ministeri devono rendere accessibili agli imputati e ai loro difensori le prove raccolte. La legge garantisce agli imputati la presunzione d’innocenza e il diritto ad appellarsi contro le sentenze.
Istituzioni nazionali ed europee hanno continuato a criticare la lentezza della giustizia italiana. Alla fine del 2007 alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo pendevano 2.900 petizioni volte ad ottenere risarcimenti a causa di procedimenti troppo lunghi. Inoltre, secondo la Corte di Cassazione, nel 2006 sono stati istruiti circa 21.000 nuovi casi a livello nazionale, e nel 2007 quella stessa corte ha pronunciato 5.014 sentenze contro il governo per procedimenti che si sono protratti troppo a lungo. Osservatori hanno indicato tra le varie ragioni dei ritardi l’assenza di limiti efficaci nella durata delle indagini istruttorie; il grande numero di reati minori previsti dal codice penale; norme penali poco chiare e contraddittorie; risorse insufficienti, tra cui un numero inadeguato di giudici; e infine scioperi da parte di giudici e avvocati.
Nel 2006 il procuratore capo della Corte di Cassazione ha calcolato che per un processo penale è stato necessario un periodo medio compreso tra i 300 e i 400 giorni, mentre per un appello ne sono occorsi 900. Si è riscontrato qualche lento progresso: il tempo medio trascorso dal momento in cui è stata fissata la prima udienza di un imputato in tribunale alla chiusura del caso è stato di 902 giorni nel 2006, a fronte dei 966 giorni del 2005.
I tribunali hanno goduto di una significativa libertà d’azione nel determinare i termini di applicazione della prescrizione, e gli imputati, presentando numerose eccezioni e appelli, spesso hanno tratto vantaggio dalla lentezza della giustizia per ritardare ulteriormente i processi.
Prigionieri e detenuti per motivi politici
Non si ha notizia di prigionieri o detenuti per motivi politici.
Procedure civili e tutele amministrative
La Costituzione prevede un potere giudiziario indipendente e imparziale in materia di diritto civile. Le tutele amministrative sono fissate dalla legge, e l’arbitrato è consentito e regolato per contratto. Spesso i cittadini e le aziende si sono rivolte all’arbitrato a causa dei ritardi nei tempi processuali. Nel 2006 il tempo medio richiesto per completare una causa civile era di 887 giorni, con 1.020 giorni necessari per completare il primo appello e altri 719 giorni per la sentenza della Corte di Cassazione.
f. Violazioni arbitrarie della privacy, dei diritti della famiglia, del domicilio o della corrispondenza
La legge vieta tali violazioni, e il governo ha in generale rispettato nella pratica tali divieti. Perquisizioni e controlli elettronici sono stati in genere consentiti in presenza di mandati giudiziari e in circostanze attentamente disciplinate. Su richiesta del Presidente del Consiglio, il procuratore capo della Corte di Cassazione può autorizzare intercettazioni telefoniche di sospettati di terrorismo.
Nel corso dell’anno, i mezzi d’informazione hanno fatto trapelare trascrizioni di intercettazioni telefoniche di membri del governo, sia legali che illegali. Ad esempio, il 26 giugno il settimanale L’Espresso ha pubblicato l’intercettazione di una conversazione telefonica tra il Presidente del Consiglio Berlusconi e un dirigente della televisione pubblica. Nel 2006 il Parlamento ha approvato una legge che consente ai magistrati di distruggere le intercettazioni illegali scoperte dalla polizia. Il 2 luglio la Camera dei Deputati ha negato l’autorizzazione a utilizzare come prove le intercettazioni di un deputato in un’inchiesta per corruzione. Nel corso delle indagini, i pubblici ministeri avevano intercettato telefonate tra esponenti politici e loro consiglieri, tra i quali il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, l’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi e altri leader nazionali.
Sezione 2 Tutela delle libertà civili, tra cui:
a. Libertà di parola e di stampa
La Costituzione sancisce la libertà di parola e la libertà di stampa, e il governo ha generalmente garantito nella pratica questi diritti. Una stampa indipendente, un sistema giudiziario efficace e un sistema politico democratico hanno collaborato per tutelare la libertà di parola e quella di stampa.
I mezzi di comunicazione indipendenti sono stati attivi e hanno espresso un’ampia varietà di punti di vista. Tuttavia, le controversie sulla faziosità espressa nelle trasmissioni televisive ha continuato a stimolare costantemente il dibattito politico, e le ONG hanno sostenuto che la proprietà dei mezzi di comunicazione è concentrata in troppe poche mani. Il Presidente del Consiglio è il principale azionista della maggiore azienda televisiva privata del Paese, Mediaset, della più grande casa editrice nazionale di periodici, Mondadori, e della più grande azienda pubblicitaria, Publitalia. Il fratello possiede uno dei quotidiani a diffusione nazionale del Paese, Il Giornale.
L’ONG Reporter senza Frontiere e il sindacato della stampa hanno criticato molte azioni giudiziarie intraprese nel corso dell’anno contro quei giornalisti che si sono rifiutati di rivelare le loro fonti confidenziali.
Il 21 ottobre la polizia ha perquisito lo studio, la casa e l’automobile della giornalista Ilaria Cavo, dell’emittente televisiva nazionale Mediaset, che aveva pubblicato le intercettazioni di un imputato di omicidio. Nel dicembre del 2007 la polizia ha perquisito la casa del giornalista Giuseppe d’Avanzo, del quotidiano La Repubblica, dopo che questi aveva rivelato l’imminente apertura di un’inchiesta per corruzione nei confronti dell’allora leader dell’opposizione, Silvio Berlusconi.
Sono proseguite le indagini nei confronti di due giornalisti inquisiti per aver divulgato informazioni riservate sul caso di un senatore sospettato di riciclaggio di denaro. Gli studi e le residenze dei giornalisti sono state perquisite nel giugno 2007. La Federazione Nazionale della Stampa Italiana ha condannato ciò che ha definito come restrizioni eccessive della libertà d’espressione.
Durante l’anno sono proseguite citazioni in giudizio per diffamazione da parte di funzionari pubblici nei confronti di giornalisti. Il 12 maggio il Presidente del Senato, Renato Schifani, ha denunciato per diffamazione il giornalista Marco Travaglio, dopo che questi aveva insinuato l’esistenza di legami tra Schifani ed esponenti della criminalità organizzata, durante un programma trasmesso dalla RAI, la televisione pubblica italiana. Il 5 settembre il tribunale di Milano ha assolto il settimanale inglese The Economist in una causa intentata dal Presidente del Consiglio Berlusconi in seguito alla pubblicazione, nel 2001, di un articolo che lo definiva inadatto a guidare il Paese. Le cause intentate nel 2007 dall’allora Vice Presidente del Consiglio Francesco Rutelli contro il settimanale L’Espresso, e dal deputato Ferdinando Adornato contro il quotidiano nazionale Il Giornale, sono state discusse in tribunale alla fine dell’anno. Secondo la maggior parte degli osservatori, tali procedimenti non rischiano di avere un effetto negativo sulla volontà della stampa di trattare tematiche politicamente sensibili.
Libertà di accesso a internet
Non ci sono state restrizioni governative all’accesso a internet; tuttavia, un’unità speciale della polizia ha tenuto sotto controllo i siti web per reati connessi alla diffusione di materiale pedopornografico in rete. Individui e gruppi hanno potuto dedicarsi alla pacifica espressione di opinioni attraverso internet, anche attraverso la posta elettronica. Tuttavia, il governo può chiedere ad altri governi di bloccare siti internet con base all’estero se questi contravvengono a leggi nazionali. Come misura antiterrorismo, le autorità hanno previsto che gli operatori di internet-point dovessero ottenere una licenza. A gennaio un’indagine condotta dall’ISTAT, l’istituto ufficiale di statistica nazionale, ha rilevato che il 43 percento dei cittadini aveva accesso a internet e che il 29 percento usava connessioni a banda larga.
Libertà accademica ed eventi culturali
Non si sono riscontrate restrizioni governative alla libertà accademica o agli eventi culturali.
b. Libertà di riunione pacifica e di associazione
La Costituzione sancisce la libertà di riunione e di associazione, e il governo ha in generale garantito nella pratica questi diritti.
c. Libertà di religione
La Costituzione sancisce la libertà di religione, e in generale il governo ha garantito nella pratica questo diritto.
Non esiste una religione di stato; tuttavia, un accordo esistente tra il governo e la Chiesa Cattolica Romana concede a quest’ultima alcuni privilegi. Ad esempio, essa può scegliere gli insegnanti di religione cattolica, i cui salari sono pagati dal governo. Come previsto dalla normativa, il governo ha raggiunto intese con organizzazioni che rappresentano le religioni non cattoliche, in conformità con accordi che consentono il sostegno (anche finanziario) da parte del governo: alcune confessioni hanno beneficiato di tali accordi. Nell’aprile 2007 le autorità hanno concluso accordi con molti altri enti religiosi, tra cui l’Unione Buddista, i Testimoni di Geova, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, la Chiesa Apostolica, la Chiesa Ortodossa del Patriarcato di Costantinopoli, e la Comunità Indù. Questi accordi sono stati sottoposti al Parlamento per la ratifica, ma alla fine dell’anno non era stata intrapresa alcuna azione in tal senso. Le divisioni tra le organizzazioni musulmane del Paese, come pure il grande numero di gruppi di immigrati di fede musulmana, hanno ostacolato gli sforzi di questa comunità per raggiungere un’intesa con il governo, sebbene fra loro alcuni abbiano attribuito la mancanza di un accordo alla scarsa volontà politica.
Il 18 agosto la polizia ha arrestato e successivamente espulso Abdelmajid Zergout, imam della moschea di Varese, su richiesta delle autorità marocchine che lo ricercavano per “partecipazione ad atti di terrorismo”, tra i quali gli attentati suicidi di Casablanca del 2003.
Persistono in alcune zone gli ostacoli che i musulmani incontrano per ottenere il permesso di costruire moschee e altri edifici religiosi. A Milano, a luglio, funzionari locali hanno dichiarato che la moschea di viale Jenner sarebbe stata chiusa, e hanno offerto in cambio uno stadio locale da usare quattro volte a settimana previo pagamento di un prezzo d’entrata, proposta che è stata respinta dai rappresentanti della moschea. L’opposizione alla costruzione delle moschee non si è limitata alle comunità urbane; anche i musulmani presenti nella Toscana rurale incontrano difficoltà in tal senso. Sebbene i funzionari locali abbiano di solito citato altre motivazioni per il rifiuto alla concessione dei permessi di costruzione, alcuni esponenti della comunità musulmana sostengono che dietro tali difficoltà si celi l’ostilità nei confronti della loro religione. Gli sforzi dei deputati della Lega Nord per legiferare a favore di ulteriori restrizioni alla costruzione di moschee ha incoraggiato un atteggiamento ostile nei confronti dei musulmani.
Sono state raccolte sporadiche denunce contro funzionari pubblici o gente comune che avevano protestato per la presenza di donne con il corpo e il volto completamente coperti. Il 25 agosto a una donna con indosso un copricapo che le nascondeva il viso è stato rifiutato l’ingresso in un museo di Venezia. Il direttore del museo si è in seguito scusato, dichiarando che il guardiano aveva sbagliato nel vietarle l’accesso.
La presenza di simboli cattolici, quali i crocefissi, nelle aule di tribunale, nelle scuole e in altri edifici pubblici ha continuato ad essere fonte di critiche e di azioni legali.
Abusi e discriminazioni ai danni di comunità
I circa 30.000 ebrei del Paese hanno sinagoghe in 21 città. Nessun attacco violento antisemita è stato denunciato nel corso dell’anno, ma contro la comunità persistono i pregiudizi, manifestati prevalentemente con scritte antisemite in parecchie città, mentre gruppi estremisti marginali si sono resi responsabili di azioni antisemite.
L’11 novembre la polizia ha arrestato una persona accusata di aver esposto striscioni contenenti scritte antisemite, e di aver negato l’Olocausto durante la celebrazione del 65° anniversario del raid nel ghetto di Roma e in un'altra occasione. Il gruppo di estrema destra “Militia” ha rivendicato entrambi gli episodi.
Il 31 luglio le scritte “gli ebrei sono cani schifosi, la Shoa (la parola ebraica per indicare l’Olocausto) non esiste” sono apparse su un muro di fronte al carcere di Milano.
La negazione dell’Olocausto è un crimine punibile con una pena fino a quattro anni di reclusione. Agenti hanno confiscato materiali che mostravano simboli associati alla Germania nazista. Ad esempio, il 1 ottobre nel nord del Paese sono state sequestrate bottiglie di vino le cui etichette ritraevano Adolf Hitler e altri nazisti.
Nel corso dell’anno il governo ha continuato a promuovere incontri di sensibilizzazione sull’Olocausto e per combattere l’antisemitismo.
Si sono inoltre verificati casi di discriminazione e violenza contro i musulmani. Il 1 febbraio una bomba artigianale lanciata in una moschea di Battipaglia, in Campania, ha ferito due persone. A seguito di ciò la polizia ha arrestato ed espulso uno dei due uomini rimasti feriti, contestandogli la mancanza di documenti di soggiorno. Non si ha notizia di alcun progresso nell’indagine sull’aggressione. A giugno due bombe artigianali sono state lanciate nel Centro Islamico di Milano, danneggiando il cancello principale. Si è trattato dell’ultimo di una serie di attacchi contro i centri islamici del milanese, avvenuti nel corso degli ultimi due anni. Alcuni musulmani hanno espresso timore ad usare i trasporti pubblici e hanno denunciato un’atmosfera ostile nelle scuole, mentre i non musulmani hanno timore a camminare vicino agli accampamenti degli immigrati clandestini o a prendere gli autobus di notte.
Per una discussione più dettagliata, vedi il 2008Report on International Religious Freedom at www.state.gov/g/drl/irf/rpt.
d. Libertà di movimento, sfollati, protezione dei rifugiati e apolidi
La Costituzione sancisce la libertà di movimento all’interno del Paese, garantisce i viaggi all’estero, l’emigrazione e il rimpatrio, e il governo ha generalmente tutelato nella pratica tali diritti.
Il governo ha collaborato con l’ACNUR e con altre organizzazioni umanitarie per fornire protezione e assistenza ai rifugiati, ai richiedenti asilo politico, agli apolidi e ad altre “persons of concern”.
La legge vieta l’esilio forzato, e il governo non l’ha praticato.
Protezione dei rifugiati
La legislazione prevede la concessione dell’asilo o dello status di rifugiato in accordo con la Convenzione delle Nazioni Unite del 1951 sullo Status dei Rifugiati e al relativo protocollo del 1967, e il governo ha istituito un sistema di protezione per i rifugiati. L’Italia fa parte della Dublin II Instruction, i cui membri generalmente trasmettono le domande di asilo al primo Paese membro in cui il richiedente è transitato. Nella pratica, il governo ha fornito protezione contro l’espulsione o il rimpatrio dei rifugiati in paesi dove la loro vita o la loro libertà erano in pericolo.
Il governo ha anche fornito protezione temporanea a individui che potrebbero non avere i requisiti di rifugiati in base alla convenzione del 1951 e al protocollo del 1967, concedendola nel 2007 a 5.920 persone. I tre principali paesi d’origine delle persone cui è stata concessa protezione temporanea sono stati l’Eritrea, la Costa d’Avorio e la Somalia.
Il governo ha fornito protezione temporanea a rifugiati in fuga da zone di guerra o da disastri naturali, concedendo loro permessi di soggiorno temporanei, che devono essere periodicamente rinnovati e che non assicurano il diritto di soggiorno permanente.
Rispetto alle 12.400 persone del 2006, tra gennaio e luglio le autorità hanno identificato 15.400 individui sbarcati illegalmente dal Nord Africa. Chi è stato arrestato è stato poi trasferito in centri di detenzione temporanea per essere processato, e un magistrato ha deciso sull’eventuale rimpatrio (laddove è stato possibile accertarne l’identità), sull’emanazione di un ordine di espulsione (se non è stato possibile accertarne l’identità), o sull’accoglimento della richiesta di asilo.
Secondo Amnesty International, il 10 percento circa degli immigrati sbarcati nel 2007 erano minorenni. In un rapporto del giugno 2007, Amnesty International ha affermato che il governo ha migliorato il trattamento dei minori, ad esempio riducendo la durata della detenzione di quelli non accompagnati e applicando migliori procedure di identificazione.
Il 21 maggio, all’interno di un pacchetto sicurezza, il governo ha adottato un decreto d’urgenza che ha inasprito di un terzo le pene per i reati commessi da immigrati clandestini, e ha previsto l’espulsione degli stranieri condannati a pene superiori ai due anni. Il 30 maggio il governo ha emanato un’ordinanza, chiedendo ai prefetti di Milano, Roma e Napoli di identificare e raccogliere i dati biometrici delle persone che vivevano in accampamenti, inclusi i minorenni. È opinione comune che la misura avesse come obiettivo la città di Roma. In seguito alle critiche da parte del Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, dei media e delle ONG, il governo ha deciso che fossero prese le impronte digitali solo alle persone senza documenti d’identità e con almeno 14 anni di età.
A novembre, secondo Human Rights Watch, la particolare attenzione con cui il governo ha cercato di espellere i rumeni irregolari, soprattutto quelli di etnia rom, ha costituito una violazione degli impegni a tutela dei diritti umani. Sebbene il pacchetto sicurezza di maggio riguardasse i cittadini di tutti gli stati membri dell’Unione Europea (UE), il dibattito politico e l’azione ufficiale del Paese si è concentrata quasi esclusivamente sui rumeni, e in particolare su quelli di etnia rom. I rumeni sono il gruppo di immigrati più numeroso presente nel Paese, stimato in circa 600.000 persone, pari all’1 percento della popolazione totale. Di questi si calcola che circa 60.000 siano di etnia rom.
In seguito all’adozione del pacchetto sicurezza, la polizia e le autorità locali hanno evacuato e raso al suolo alcuni accampamenti rom illegali a Roma, Milano e Napoli.
A giugno il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa ha visitato alcuni campi a Roma e ha espresso preoccupazione per le condizioni di vita e per il clima generale d’intolleranza nei confronti dei rom, dei rumeni e degli immigrati clandestini.
I 20 centri di detenzione temporanea per immigrati clandestini continuano a soffrire di sovraffollamento.
Sezione 3 Rispetto dei diritti politici: il diritto dei cittadini di cambiare il proprio governo
La Costituzione concede ai cittadini il diritto di cambiare pacificamente il proprio governo, ed essi hanno esercitato tale diritto nella pratica attraverso periodiche elezioni libere e giuste, tenute a suffragio universale.
Elezioni e partecipazione politica
Il potere esecutivo è attribuito al Consiglio dei Ministri, con a capo il Presidente del Consiglio (il primo ministro). Il Presidente della Repubblica, che è il capo di stato, nomina il Presidente del Consiglio dopo essersi consultato con i leader di tutte le forze politiche presenti in Parlamento. Esperti nazionali ed internazionali, tra cui l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, hanno ritenuto le elezioni del Parlamento nazionale di aprile libere e giuste.
Ci sono numerosi partiti politici, che operano senza restrizioni governative o interferenze esterne.
Dei 322 membri del Senato 58 erano donne, e tra i 630 componenti della Camera le deputate erano 134. Le donne occupavano quattro dei 22 posti nel Consiglio dei Ministri.
Le uniche minoranze riconosciute legalmente sono quelle linguistiche: i valdostani di lingua francese e gli altoatesini/südtiroler di lingua tedesca. Quattro appartenenti a questi gruppi sedevano tra i 322 membri del Senato e tre fra i 630 membri della Camera dei Deputati. In una società largamente monolitica, gli immigrati rappresentavano il 5 percento circa della popolazione totale, e meno della metà di essi potevano essere definiti come appartenenti a minoranze etnico-razziali. Due esponenti di gruppi immigrati (originari del Marocco e del Congo) sono stati eletti alla Camera dei Deputati.
Corruzione governativa e trasparenza
La legge prevede sanzioni penali per la corruzione dei pubblici ufficiali, e il governo ha generalmente fatto rispettare con efficacia tali normative.
Il 22 agosto il governo ha abolito la task force indipendente contro la corruzione e ne ha trasferito i poteri al Ministero per la Funzione Pubblica. Da gennaio a fine aprile la Guardia di Finanza ha arrestato 93 persone con l’accusa di reati quali corruzione, concussione, abuso d’ufficio e peculato. Nel 2006 le autorità hanno denunciato alle procure 6.200 reati e hanno arrestato 250 persone; il valore dei beni confiscati ammontava a 150 milioni di euro (circa 210 milioni di dollari).
Nel corso dell’anno si sono registrate denunce isolate di corruzione in ambito governativo. Secondo i Ministeri dell’Interno e della Giustizia, nel 2006 le procure hanno accusato di corruzione 925 persone e i tribunali ne hanno condannate 130; 2.725 persone sono state accusate di abuso d’ufficio e i tribunali ne hanno condannate 45; infine, 2.725 persone sono state rinviate a giudizio con l’accusa di peculato. Secondo un tribunale speciale che si occupa di questioni finanziarie, dal dicembre 2005 fino a tutto novembre 2006 si sono verificati 193 casi di corruzione, tangenti o concussione nell’amministrazione pubblica. Non sono state fornite informazioni sul numero dei casi rinviati ai pubblici ministeri perché fossero intraprese azioni ulteriori.
Il 27 settembre un tribunale milanese ha temporaneamente sospeso il processo per corruzione intentato nei confronti del Presidente del Consiglio Berlusconi, accusato di aver pagato un avvocato perché rendesse falsa testimonianza in altri due procedimenti. I giudici hanno contestato la costituzionalità della legge che garantisce l’immunità dai processi per le quattro più alte cariche governative: il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio e i Presidenti di Camera e Senato. Il Parlamento ha promulgato tale legge il 22 luglio.
L’8 marzo nove pubblici ufficiali della prefettura di Milano sono stati multati e condannati a pene comprese tra i 32 e i 36 mesi di reclusione per falsificazione di visti e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Avevano rilasciato illegalmente 120 permessi di soggiorno e consentito l’entrata illegale nel Paese a più di 300 stranieri.
Il 14 luglio le autorità hanno arrestato il Governatore dell’Abruzzo Ottaviano del Turco, e un certo numero di altri funzionari locali, con l’accusa di corruzione, peculato, truffa e abuso d’ufficio, in un procedimento che, secondo l’accusa, riguarderebbe la cifra di 12,8 milioni di euro (circa 18 milioni di dollari) nel settore della sanità.
Nel luglio 2007 la Corte di Cassazione ha condannato il deputato Cesare Previti, già avvocato del Presidente del Consiglio Berlusconi e successivamente ministro della difesa, alla pena di 18 mesi di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici, in un procedimento che riguardava la possibile corruzione di un giudice.
La legge riconosce ai cittadini il diritto di accesso ai documenti governativi, e ad essere informati sui processi amministrativi. Tranne alcune eccezioni, legate alla sicurezza, il governo e le autorità locali hanno nella pratica rispettato questo diritto dei cittadini, dei non cittadini e della stampa estera.
Sezione 4 Atteggiamento del governo nei confronti delle inchieste internazionali e di quelle non governative sulle presunte violazioni dei diritti umani
Una molteplicità di gruppi nazionali ed internazionali hanno operato a tutela dei diritti umani senza restrizioni governative, indagando e pubblicando i risultati delle proprie inchieste sui casi di presunte violazioni dei diritti umani. I funzionari governativi hanno collaborato e si sono dimostrati sensibili alle loro opinioni.
Sezione 5 Discriminazione, abusi ai danni di comunità e traffico di esseri umani
La legge vieta ogni discriminazione fondata su razza, genere, provenienza etnica ed opinioni politiche, e garantisce alcune forme di protezione contro le discriminazioni basate sulla disabilità, la lingua o lo status sociale. Il governo ha in generale fatto osservare tali divieti; tuttavia, permaneun certo grado di discriminazione contro le donne, contro le persone con disabilità, contro gli immigrati e i rom.
Le donne
Lo stupro, compreso quello commesso all’interno del matrimonio, è illegale, e il governo ha fatto rispettare la legge con efficacia. Nel 2005 sono stati denunciati 4.020 casi di stupro, e 1.344 individui sono stati condannati in via definitiva.
La violenza contro le donne, compresa quella all’interno del matrimonio, continua ad essere un problema. Nel 2007 l’ISTAT ha calcolato che 6,7 milioni di donne di età compresa tra i 16 e i 70 anni, o il 31,9 percento di tutta la popolazione femminile, è stata vittima di violenza almeno una volta nella vita. Cinque milioni di donne sono state vittime di violenza sessuale, tra cui un milione di stupro o tentato stupro. Secondo le stime ISTAT, nel 2006 si sono verificati 74.000 casi di stupro o tentativo di stupro, dei quali 4.500 denunciati alla polizia. A quanto riferito, il 23 percento circa degli abusi sessuali è stato commesso dal partner.
La legge punisce penalmente gli abusi fisici contro le donne, inclusi quelli commessi dai membri della famiglia; consente che chi ha commesso atti di violenza contro le donne venga perseguito; e aiuta le donne vittime di abusi ad evitare violazioni della propria privacy. Le forze dell’ordine e l’autorità giudiziaria hanno perseguito chi si è macchiato di violenza contro le donne, ma spesso le vittime hanno rinunciato a sporgere denuncia per paura, vergogna o per ignoranza della legge. Nel 2006 il Ministero per le Pari Opportunità ha attivato un numero telefonico di pubblica utilità per le vittime di violenza in cerca di assistenza immediata e di riparo temporaneo. Dal marzo 2006 fino al tutto il 2007, 16.700 donne si sono rivolte a questo servizio per denunciare episodi di violenza, e metà di esse hanno chiesto assistenza. La ONG ACMID-Donna ha attivato un numero verde per donne musulmane vittime di abusi, che dal novembre 2007 fino alla fine di maggio ha ricevuto 3.600 chiamate. Il 56 percento circa di questi casi includevano violenze o maltrattamenti da parte di mariti o parenti, tra cui la costrizione al matrimonio poligamico, una condizione che si ritiene riguardi 14.000 donne.
Il 10 aprile le autorità hanno arrestato a Torino un uomo di nazionalità marocchina con l’accusa di sequestro di persona, stupro e altre forme di violenza nei confronti della moglie diciassettenne, che teneva sequestrata in casa dal 10 marzo. L’uomo aveva chiesto ai genitori della ragazza 3.000 euro di riscatto (circa 4.200 dollari). Nel settembre 2007 a Genova una ventenne di origine marocchina è fuggita dal suo appartamento, dove era stata confinata per quasi tre anni dal marito e dalla suocera. Nel settembre 2007 un’immigrata indiana di 31 anni si è suicidata, presumibilmente per evitare un matrimonio combinato.
Si ha notizia di sporadiche denunce di “delitti d’onore” e di matrimoni forzati.
Il governo ha istituito un Comitato Interministeriale per Combattere le Mutilazioni Genitali Femminili, e il Dipartimento per le Pari Opportunità, in collaborazione con le autorità locali, ha attivato un programma che comprende una campagna di sensibilizzazione a favore degli immigrati, un’analisi dei rischi e un programma di formazione per mediatori culturali.
La prostituzione è legale nelle abitazioni private; la legge vieta lo sfruttamento, le case chiuse e analoghe imprese commerciali. La tratta di donne a scopo di sfruttamento sessuale continua a costituire un problema.
La legge consente di processare in Italia cittadini e residenti stabili che hanno praticato turismo sessuale al di fuori dell’Italia, anche se il reato non è punibile nel Paese in cui è stato commesso. La ONG ECPAT-Italia ha calcolato che, nel 2006, tra gli 80.000 e i 100.000 uomini italiani si sono recati in Kenya, Tailandia, Brasile e altri paesi latino-americani per praticare turismo sessuale. Secondo un rapporto del 2006 redatto dall’UNICEF, il 18 percento dei clienti dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso kenioti era italiano.
Per contribuire a combattere il turismo sessuale, l’Italia si è dotata di un codice di condotta per le agenzie turistiche. A giugno il Ministero degli Affari Esteri, insieme a ECPAT Italia, ha organizzato un corso di formazione sulla prevenzione del turismo sessuale e sul relativo diritto penale nazionale ed internazionale, rivolto al personale diplomatico.
Le molestie sessuali sono illegali, e il governo ha fatto applicare le leggi con efficacia. Per decreto governativo, l’abuso psicologico basato sulla discriminazione di genere è un reato. Dal novembre 2007 al maggio 2008, ACMID-Donna ha ricevuto circa 3.600 chiamate da donne immigrate che denunciavano episodi di violenza.
La legge accorda alle donne gli stessi diritti degli uomini, inclusi quelli previsti dal diritto di famiglia, dal diritto di proprietà e all’interno del sistema giudiziario.
Secondo la Commissione Europea, il divario complessivo tra i salari degli uomini e quelli delle donne ammonta al 7 percento. Le donne sono sottorappresentate in molti ambiti, tra cui quello dirigenziale, imprenditoriale e dei liberi professionisti. Le donne costituiscono solo il 10 percento dei primari ospedalieri e il 5 percento dei rettori di facoltà di medicina.
Un certo numero di funzionari governativi ha lavorato per garantire i diritti delle donne, tra cui il Ministero per le Pari Opportunità e la Commissione per le Pari Opportunità del Gabinetto del Presidente del Consiglio. Il Ministero del Lavoro e del Welfare ha una commissione simile che si occupa dei diritti delle donne e delle discriminazioni sul luogo di lavoro. Molte ONG, la maggior parte delle quali legate a sindacati o a partiti politici, hanno attivamente ed efficacemente promosso i diritti delle donne.
Bambini
Il governo ha mostrato impegno nei confronti dei diritti e del benessere dei bambini.
Si sono verificati episodi di abuso nei confronti di bambini. Dal 1 gennaio al 6 settembre Telefono Azzurro, una ONG che sostiene i diritti dei bambini, ha ricevuto circa 3.500 chiamate e 923 richieste di aiuto. Di queste, il 12 percento circa riguardava abusi sessuali, il 32 percento violenza fisica e il 34 percento sfruttamento psicologico. Nel 55 percento dei casi le vittime erano bambine; il 57 percento delle vittime aveva meno di 11 anni. Nel 2006 le autorità hanno ricevuto circa 170 denunce relative a rapporti sessuali con minori, 290 denunce per produzione di materiale pedopornografico e 180 denunce per possesso di materiale pedopornografico.
Le ONG hanno calcolato che il 10 percento circa delle persone dedite alla prostituzione erano minorenni. Secondo dati di un centro di ricerche indipendente, nel 2007 praticavano la prostituzione sulle strade circa 2.000 minorenni, tre quarti dei quali fatti entrare nel Paese con la forza e costretti a prostituirsi.
Il 9 luglio, a Roma, la polizia ha liberato tre giovani rumene e arrestato tre loro connazionali che si erano impossessati dei documenti delle ragazze, le avevano tenute prigioniere per un mese e le avevano costrette a prostituirsi. Gli uomini sono stati accusati di riduzione in schiavitù, sequestro di persona e costrizione alla prostituzione minorile.
Il 24 luglio sette persone, accusate di aver costretto alcuni bambini ad avere rapporti sessuali con adulti in cambio di piccoli doni, sono state condannate a pene che vanno dai sette ai quindici anni di reclusione.
Nel 2007 sono state rinviate a giudizio quattro persone accusate di organizzare viaggi in Brasile che includevano prestazioni sessuali di bambine di età compresa tra i 12 e i 17 anni; alla fine dell’anno i processi erano ancora in corso. Il primo procedimento ad applicare il principio di extraterritorialità in casi di turismo sessuale si è concluso l’8 marzo, quando un tribunale ha condannato un uomo a 14 anni di reclusione riconoscendolo colpevole di pedopornografiae di sfruttamento di minori, facendo riferimento a reati che l’uomo aveva commesso in Thailandia dal 2003 a tutto il 2005.
Nell’aprile 2007 quattro italiani e tre rumeni sono stati condannati a pene comprese tra i tre e i dodici anni di reclusione per costrizione alla prostituzione e sfruttamento di 200 minorenni rom, nel periodo compreso tra il 2004 e il 2006.
Lavoratori minorenni provenienti dal Nord Africa, dalle Filippine, dall’Albania e dalla Cina hanno continuato ad entrare clandestinamente nel Paese.
Dal 15 maggio 2007 alla fine del giugno 2008 un’unità speciale della polizia ha tenuto sotto controllo 20.000 siti web; ha svolto indagini su 372 persone per reati che comprendevano il possesso e lo scambio di materiale pedopornografico on-line, ne ha arrestate 20 e ha chiuso 22 siti web.
Traffico di esseri umani
La legge vieta tutte le forme di traffico di esseri umani; tuttavia, la tratta di persone costituisce un problema. Individui sono stati vittime di traffico verso, dal e all’interno del Paese. In base a fonti non governative, nel 2007 le nuove vittime della tratta sono state circa 2.800.
Secondo dati del Ministero per le Pari Opportunità, tra un quarto e un terzo delle donne vittime di traffico a scopo di sfruttamento sessuale erano originarie della Romania. Le ONG hanno calcolato che la grande maggioranza delle persone che praticavano la prostituzione erano immigrate, provenienti principalmente da Romania, Nigeria, Bulgaria, Ucraina, Cina e Moldavia. Un gran numero di donne sono entrate nel Paese volontariamente, e sono state successivamente costrette a prostituirsi per poter ripagare chi le aveva fatte entrare illegalmente nel Paese. L’età media delle vittime si è abbassata, e fra queste un numero crescente è stato introdotto forzatamente nel Paese a scopo di sfruttamento lavorativo fuori dall’industria del sesso, principalmente in ambito agricolo e nel settore dei servizi. Gli immigrati, soprattutto quelli provenienti da Nigeria, Nord Africa, Cina ed Europa Orientale, hanno giocato un ruolo di primo piano nel traffico ai fini di sfruttamento sessuale, sia come trafficanti che come vittime, sebbene vi siano coinvolti anche cittadini italiani.
A gennaio il procuratore nazionale antimafia ha annunciato i risultati dell’”Operazione Viola”, che ha condotto all’arresto di 66 nigeriani accusati di traffico di droga e di esseri umani. Erano affiliati a una banda di criminali con base in Olanda, che vantava circa 300 membri operanti in vari paesi europei.
Dopo l’ingresso di Bulgaria e Romania nell’Unione Europea, trafficanti senza affiliazioni, originari di quei paesi, hanno dato inizio a un traffico che prevede l’ingresso in Italia di una donna alla volta, rimpiazzando così quelle organizzazioni che erano state più facili da individuare per via delle loro grandi dimensioni. Ottenuto il profitto iniziale, il trafficante spesso vende le vittime a sfruttatori locali. Le donne provenienti da Romania e Bulgaria non hanno bisogno di un permesso di soggiorno e spesso non collaborano con gli investigatori. Il 27 agosto la polizia ha sgominato una banda di rumeni che sfruttava almeno 100 donne, e ne ha arrestati tre a Roma e tre in Romania. Le vittime erano costrette a pagare alla banda metà dei loro guadagni giornalieri, più una tassa per l’occupazione del marciapiede controllato dall’organizzazione; la banda “multava” le più riluttanti o le minacciava di morte.
La legge prevede pene comprese tra gli otto e i venti anni di reclusione per il traffico di esseri umani o per la riduzione in schiavitù. Se le vittime sono minorenni, la pena viene incrementata in misura compresa tra un terzo e la metà. La legge prevede particolari condizioni detentive per i trafficanti, in modo da limitarne la possibilità di continuare a operare dall’interno delle carceri.
Secondo il Ministero della Giustizia, nel 2007 le autorità hanno svolto indagini su 2.296 persone per traffico di esseri umani, e ne hanno arrestate 513; i tribunali di primo grado hanno condannato 178 persone e le corti di appello 104.
Il governo ha collaborato con governi esteri, tra i quali quello di Romania, Nigeria, Ucraina, Bulgaria e Moldavia, nello svolgimento delle indagini e nell’incriminazione nei casi di traffico di esseri umani. Poiché in alcuni di questi casi era difficile per la polizia soddisfare gli standard probatori richiesti dalla legge, le autorità hanno fatto affidamento sull’applicazione della legge sull’immigrazione per fermare la tratta.
Nel corso dell’anno non si sono registrate denunce in base alle quali funzionari governativi avrebbero partecipato, facilitato o condonato traffici di persone.
La legge garantisce permessi di soggiorno o di lavoro temporanei alle vittime della tratta che cercano di sfuggire ai loro sfruttatori. Le autorità e le ONG incoraggiano le vittime a sporgere denuncia, e non ci sono impedimenti legali a farlo. Diversamente dalla maggior parte degli altri immigrati clandestini, che se fermati devono affrontare l’espulsione, le persone ritenute vittime di traffico ottengono alcuni benefici di legge, tra cui la residenza legale, che sporgano o meno denuncia. Tuttavia, secondo le ONG, tra il fermo e l’espulsione degli immigrati clandestini il governo non sempre concede il tempo necessario per appurare se si tratti o meno di vittime di tratta di persone.
Il governo garantisce assistenza medica e legale, accesso a rifugi e formazione professionale alle persone considerate dalle autorità vittime di traffico di esseri umani. Nel 2006 il governo ha fornito assistenza a 7.300 donne. Sono stati attivati anche programmi di assistenza e concessi incentivi a coloro che desideravano tornare nel loro Paese d’origine; nel 2006 sono state rimpatriate 62 vittime che avevano scelto di tornare nel proprio Paese. La ONG nazionale Servizio Sociale Internazionale ha assistito il rimpatrio di minori non accompagnati.
La legge concede ai magistrati il potere di confiscare i beni dei trafficanti condannati per finanziare l’assistenza legale, la formazione professionale e altre forme di assistenza all’integrazione sociale delle vittime della tratta.
Il governo ha collaborato con i governi esteri e con le ONG per organizzare campagne di sensibilizzazione contro la tratta di esseri umani. La legge prevede che il Ministero degli Affari Esteri, in collaborazione con il Ministero per le Pari Opportunità, concluda accordi anti-tratta con i paesi da cui ha origine il traffico di esseri umani.
Si può leggere il Rapporto annuale sul traffico di esseri umani del Dipartimento di Stato su www.state.gov/g/tip.
Persone con disabilità
La legge vieta la discriminazione nei confronti delle persone con disabilità nelle assunzioni, nell’istruzione, nell’accesso alle cure mediche e ad altri servizi dello stato. Il governo ha applicato con efficacia tali normative, ma si sono verificate alcune forme di discriminazione.
Sebbene la legge preveda l’accesso agli edifici pubblici per le persone con disabilità, la presenza di barriere meccaniche, soprattutto nel trasporto pubblico, mantiene tali persone in stato di svantaggio. Il Ministero del Lavoro e del Welfare ha la responsabilità di difendere i diritti delle persone disabili.
Secondo stime ISTAT, le persone con disabilità sono circa tre milioni. Il centro di ricerche governativo Isfol ha riferito che il loro tasso d’occupazione (di coloro con età compresa tra i 15 e i 64 anni) era del 45 percento circa nel 2007, mentre il 35 percento ha ricevuto sussidi statali. Dei 712.000 lavoratori con disabilità che risultavano iscritti agli uffici di collocamento pubblici nel corso dell’anno, soltanto il 4,4 percento ha trovato lavoro nel 2007. Nello stesso periodo, 65.000 posti di lavoro riservati loro per legge sono rimasti vacanti.
Minoranze nazionali/razziali/etniche
Si sono susseguite denunce di maltrattamenti nei confronti della popolazione rom da parte della polizia. La ONG Opera Nomadi e la Comunità di Sant’Egidio hanno segnalato casi di discriminazione, soprattutto in tema di alloggi e di sgomberi, nelle espulsioni e negli sforzi del governo per sottrarre bambini rom ai loro genitori a protezione dei minori. Funzionari governativi a livello nazionale e locale, tra cui quelli del Ministero dell’Interno e del Ministero per le Pari Opportunità, si sono incontrati periodicamente con la comunità rom e con i loro rappresentanti.
A maggio, basandosi su un decreto d’urgenza sulla sicurezza e sull’immigrazione approvato il 21 del mese, il Ministero dell’Interno ha dato il via a una campagna per combattere l’immigrazione clandestina e sgomberare gli accampamenti illegali. Le autorità hanno arrestato o espulso parecchie centinaia di stranieri, e hanno identificato quelli che vivevano negli accampamenti nei pressi delle grandi città. Anche altre misure rivolte a limitare la prostituzione in strada, l’accattonaggio e la vendita di articoli contraffatti si sono nella pratica concentrate soprattutto contro gli immigrati clandestini.
Si sono verificati alcuni violenti attacchi contro le comunità rom, e alcuni campi sono stati incendiati. Il 29 luglio il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa ha espresso preoccupazione per gli episodi di violenza contro i rom e per le inaccettabili condizioni di vita in alcuni campi. Il 6 giugno una sedicenne rom in stato interessante è stata aggredita mentre chiedeva l’elemosina a Rimini. Il 9 giugno alcuni sconosciuti hanno attaccato e dato fuoco a un insediamento di circa 100 rom di origine rumenaa Catania.
Il 10 maggio una donna del sobborgo napoletano di Ponticelli ha sorpreso nella propria casa una sedicenne rom che teneva in braccio il proprio figlio di sei mesi. Quando la ragazza ha tentato di fuggire, la folla l’ha circondata minacciando di linciarla. La ragazza è stata arrestata. A Ponticelli le reazioni contro i rom sono state immediate: alcune ore dopo il presunto tentato rapimento, un gruppo composto da circa 20 persone ha attaccato un lavoratore rumeno, picchiandolo e colpendolo con una coltellata. Il 12 maggio, sempre a Ponticelli, tre individui hanno versato benzina all’entrata di un campo rom e hanno appiccato il fuoco. La sera del 12 e del 13 maggio molte altre baracche isolate, abitate da rom, sono state date alle fiamme. Sempre il 13 maggio tra i 300 e i 400 abitanti del quartiere hanno attaccato uno dei più grandi campi rom della zona, dove vivevano 48 famiglie. Uomini incappucciati e armati di spranghe di metallo hanno abbattuto una recinzione, gridato insulti e minacce, lanciato pietre e rovesciato alcune automobili. Le autorità hanno evacuato i campi e hanno trasferito i residenti in un campo più grande sotto la scorta della polizia. Il 14 maggio due gruppi di baracche abbandonate sono state incendiate, presumibilmente dallo stesso gruppo di vandali e con l’approvazione di alcuni abitanti del quartiere, che hanno accolto con urla e fischi l’arrivo dei vigili del fuoco. Il 15 maggio tutti i rom della zona erano stati costretti ad abbandonare i campi di Ponticelli per trasferirsi in campi e scuole di altri quartieri. Il 1 dicembre la polizia ha arrestato due individui coinvolti nei raid.
Nel 2006 il Comitato Europeo dei Diritti Sociali ha stabilito che l’Italia ha sistematicamente violato il diritto ad adeguate condizioni abitative per la popolazione rom, non fornendo sufficienti siti per gli accampamenti e sgomberando i rom dai campi in cui erano alloggiati. Nel 2007 le città di Roma e Milano hanno creato alcuni campi attrezzati, che si sono tuttavia dimostrati insufficienti.
Non esistono statistiche accurate sul numero di rom presenti nel Paese. Le ONG ne hanno calcolati circa 150.000, di cui 75.000 cittadini italiani, concentrati ai margini delle aree urbane nelle regioni centrali e meridionali del Paese. I rom vivono in campi caratterizzati da carenti condizioni abitative, da cattive condizioni igienico-sanitarie, con limitate prospettive di impiego, mezzi d’istruzione insufficienti e inadeguata presenza della polizia.
Si sono verificati anche episodi di discriminazione e violenza nei confronti di immigrati africani e di residenti italiani di origine africana. Il 18 agosto ignoti aggressori hanno aperto il fuoco contro la casa di Teddy Egonwman, presidente dell’Associazione dei Nigeriani campana, ferendo gravemente lui, la moglie e tre suoi amici. Il 19 settembre, nel sobborgo napoletano di Castel Volturno, presunti malavitosi hanno ucciso sei immigranti africani sparando loro da un auto in corsa. Nonostante l’ipotesi avanzata che gli omicidi fossero collegati al controllo del traffico degli stupefacenti, le autorità hanno affermato l’assenza di prove che le vittime fossero criminali, e ipotizzato il movente razzista. Il giorno dopo centinaia di africani sono insorti, sostenendo che gli omicidi erano aggressioni di stampo razzista. Meno di una settimana dopo gli abitanti africani di un altro sobborgo di Napoli, che sostenevano di essere stati illegalmente costretti ad abbandonare le loro abitazioni, sono stati bersaglio di minacciose scritte razziste sui muri della città.
L'Ufficio per la Promozione della Parità di Trattamento e la Rimozione delle Discriminazioni fondate sulla Razza o
sull’Origine Etnica, istituito dal Ministero per le Pari Opportunità, assiste le vittime di discriminazione. Nel 2007 l’Ufficio ha ricevuto circa 8.000 chiamate al proprio contact center nazionale. La maggior parte delle denunce riguardavano condizioni di lavoro, salari e discriminazione nelle prestazioni di servizi pubblici. L’ufficio garantisce assistenza legale e supporto nella risoluzione delle vertenze.
Altri abusi e discriminazioni ai danni di comunità
Sono stati segnalati casi di discriminazione in base all’orientamento sessuale. Il 15 settembre una ONG ha denunciato che in un quartiere in voga tra gli omosessuali erano apparse svastiche e la scritta “gay nei forni” a opera di ignoti. Il 7 luglio una coppia gay è stata insultata e picchiata da un gruppo di giovani vicino a Napoli.
Il 12 luglio un tribunale ha ordinato al Ministero dei Trasporti e a quello della Difesa il pagamento di 100.000 euro (circa 140.000 dollari) di risarcimento per aver richiesto il ritiro della patente di guida a una persona a causa del suo orientamento sessuale.
Non ci sono state denunce di violenza o discriminazioni nei confronti di persone con HIV/AIDS.
Sezione 6 Diritti dei lavoratori
a. Il diritto di associazione
La legge garantisce il diritto di costituire, di aderire e di svolgere attività sindacale all’interno dei luoghi di lavoro, senza previa autorizzazione né eccessive condizioni, e i lavoratori hanno esercitato questi diritti nella pratica. La legge vieta la costituzione di sindacati nelle forze armate. I sindacati sostengono di rappresentare tra il 35 e il 40 percento della forza lavoro.
La legge garantisce il diritto di sciopero, e i lavoratori hanno esercitato tale diritto indicendo scioperi legali. La legge limita gli scioperi che si ripercuotono sui servizi pubblici essenziali (quali i trasporti, la raccolta dell’immondizia e la sanità), richiedendo un preavviso più lungo e vietando scioperi multipli a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro.
b. Il diritto ad organizzarsi e alle trattative collettive
La legge consente ai sindacati di condurre le proprie attività senza ingerenze, e il governo ha protetto questo diritto nella pratica. La legge garantisce ai lavoratori il diritto di organizzarsi e di condurre trattative collettive, e i lavoratori hanno esercitato tale diritto. I datori di lavoro e i sindacati hanno stipulato più di 300 contratti collettivi, che hanno riguardato anche i lavoratori non sindacalizzati. Il 35 percento circa della forza lavoro è soggetta a contratti collettivi nazionali.
La discriminazione antisindacale è illegale e il governo ha fatto rispettare efficacemente la normativa in tema di lavoro; i dipendenti licenziati per attività sindacale hanno il diritto di chiedere il reintegro. Non ci sono state denunce di casi di discriminazione.
Non esistono zone industriali d’esportazione.
c. Divieto di lavoro forzato o coatto
La legge vieta il lavoro forzato o coatto, incluso quello minorile, e il governo ha fatto rispettare tali leggi; tuttavia, sono pervenute denunce sull’esistenza di tali pratiche. Le donne sono state oggetto di traffico di persone a scopo di sfruttamento sessuale, i bambini ai fini di sfruttamento sessuale e di accattonaggio, mentre i lavoratori a scopo di sfruttamento in ambito agricolo o in laboratori clandestini dove si producono articoli contraffatti.
Un centro di ricerche indipendente, PARSEC, ha calcolato che nel 2007 circa 500 vittime della tratta di persone per sfruttamento sul lavoro sono state impiegate fuori dall’industria del sesso, soprattutto nel lavoro domestico o agricolo e nel settore dei servizi. Il lavoro forzato è presente principalmente in ambito agricolo e soprattutto nel sud dove, secondo l’ONG Medici senza Frontiere, il 90 percento dei lavoratori stagionali stranieri sono clandestini e due terzi circa non ha il permesso di soggiorno. I primi cinque paesi d’origine dei lavoratori agricoli sono Polonia, Romania, Pakistan, Albania e Costa d’Avorio.
Le vittime di tratta di esseri umani che in Toscana lavoravano nei laboratori clandestini dell’industria della pelle potrebbero essere stati esposti a pericolose sostanze chimiche.
Il 10 marzo le autorità hanno arrestato un imprenditore cinese con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione e di sfruttamento di immigrati clandestini. La polizia ha scoperto 47 cittadini cinesi costretti al lavoro forzato, tra cui sei minorenni e due donne in stato di gravidanza, che lavoravano e vivevano in un laboratorio clandestino nei pressi di Reggio Emilia.
Il 22 febbraio 17 persone tra polacchi, ucraini, algerini e italiani, che erano state arrestate nel 2006, sono state condannate a pene comprese tra i quattro e i dieci anni di reclusione per coinvolgimento nel traffico, che si è protratto per parecchi anni coinvolegendo 1.000 cittadini polacchi costretti al lavoro agricolo forzato. I trafficanti affittavano i lavoratori ad agricoltori locali. A quanto riferito, le vittime rispondevano a un annuncio per lavoratori migranti, pagavano una quota per il viaggio, ricevevano tre euro (4,20 dollari) l’ora e venivano tenuti in condizioni di miseria dai trafficanti, che facevano loro pagare il cibo, l’acqua e un posto in miseri dormitori.
d. Divieto del lavoro minorile ed età minima per l’assunzione
Il governo ha cercato di far applicare leggi e politiche pensate a protezione dei bambini dallo sfruttamento nei luoghi di lavoro; tuttavia, sono state raccolte alcune denunce di lavoro minorile.
La legge vieta di assumere bambini di età inferiore ai 15 anni, con alcune limitate eccezioni, e per i ragazzi con meno di 18 anni e ragazze con meno di 21 anni sono previste specifiche restrizioni all’impiego in lavori rischiosi o pericolosi per la salute. L’applicazione delle leggi è stata in generale efficace nell’economia ufficiale, ma difficile nel vasto ambito di quella sommersa. Nel 2006 un centro di ricerche indipendente, il Censis, ha calcolato che oltre 400.000 bambini di età compresa tra i sette e i quattordici anni lavoravano almeno occasionalmente, e che 147.000 di loro venivano sfruttati. Molti di questi bambini lavoravano in aziende agricole o in attività a conduzione familiare, pratica illegale se interferisce con il diritto all’istruzione.
Lavoratori minori immigrati clandestinamente, soprattutto di età compresa tra i 15 e i 18 anni, hanno continuato a entrare nel Paese provenienti dal Nord Africa, dalle Filippine, dall’Albania e dalla Cina, e vengono principalmente impiegati nelle industrie manifatturiera e dei servizi. La maggior parte è arrivata con i genitori; tuttavia, un numero significativo di minori non risultava accompagnato.
I bambini sono stati vittime di traffico di persone a scopo di sfruttamento sessuale e di accattonaggio. I minori rappresentavano circa il 15 percento del totale delle vittime del traffico di esseri umani e del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina provenienti dalla Romania; la maggior parte era costretta alla prostituzione. Secondo il Ministero per le Pari Opportunità, nel 2007 i minori vittime di traffico di persone erano circa 300. Le autorità locali e nazionali garantiscono automaticamente alle vittime minorenni il permesso di soggiorno (valido fino al compimento del diciottesimo anno d’età) e l’accesso all’istruzione e ad altri programmi di assistenza.
Il governo, le associazioni dei datori di lavoro e i sindacati hanno proseguito a collaborare tra loro per combattere il lavoro minorile. Il Ministero del Lavoro e del Welfare, in collaborazione con Polizia e Carabinieri, ha la responsabilità dell’applicazione delle leggi sul lavoro minorile, ma i loro sforzi sono risultati spesso inefficaci.
e. Condizioni di lavoro accettabili
La legge non specifica l’ammontare del salario minimo, ma prevede che esso venga stabilito tramite contratti collettivi nazionali, settore per settore. Nella maggior parte delle industrie il salario minimo ha consentito un tenore di vita decoroso per il lavoratore e per la sua famiglia. I tribunali hanno fatto rispettare efficacemente l’applicazione dei minimi sindacali stabiliti nelle contrattazioni collettive, ma nel settore sommerso i lavoratori hanno spesso ricevuto compensi inferiori al salario minimo.
La settimana lavorativa legale è di 40 ore. Il lavoro straordinario non può superare le due ore giornaliere o una media di 12 ore a settimana. A meno che non sia limitata da un contratto collettivo, la legge fissa il massimo di ore di straordinario nel settore industriale in non più di 80 ore per trimestre o 250 ore annue. La legge prevede periodi di riposo di un giorno a settimana e di 11 ore al giorno. Gli straordinari vanno pagati su base incentivante. Questi standard sono stati applicati con efficacia.
La legge stabilisce gli standard fondamentali di salute e di sicurezza, e le linee guida sugli indennizzi in caso di infortunio sul lavoro. Sono presenti ispettori del lavoro che dipendono sia dal servizio sanitario pubblico che dal Ministero del Lavoro e del Welfare, ma il loro numero è risultato insufficiente a garantire un’adeguata applicazione degli standard di salute e di sicurezza. Nell’economia sommersa gli standard non sono stati applicati. Secondo l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione sugli Infortuni sul Lavoro, da gennaio a settembre ci sono state 779 morti sul lavoro. I lavoratori hanno il diritto di allontanarsi da situazioni lavorative pericolose senza compromettere la continuità del proprio rapporto di lavoro, e il governo ha garantito con efficacia questo diritto.