04 July 2007
Discorso dell'Ambasciatore
Ronald P. Spogli
Independence Day Celebration
Villa Taverna
July 4, 2007
(As prepared for delivery)
Buon pomeriggio a tutti e benvenuti a Villa Taverna. Celebriamo oggi la proclamazione della nostra Carta fondante, la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, il cui passaggio fondamentale recita: “Riteniamo che siano per se stesse evidenti queste veritá: che tutti gli uomini sono creati uguali”. E continua spiegando come gli uomini diano vita ai governi per garantire tutti quei doni che nascono dalla libertá. Come tante altre cose buone, anche questa visione illuministica aveva origini italiane.
Tre anni prima della Dichiarazione, infatti, nel 1773, tal Filippo Mazzei era arrivato in Virginia dalla Toscana per un viaggio d’affari. Si occupava di importare a Londa merci e prodotti italiani. E aveva deciso di recarsi in America per valutare che tipo di colture fosse possibile realizzare in quel paese. Ottenne in breve tempo un incontro con Jefferson, e i consigli di quest’ultimo lo indussero ad acquistare terreni e una fattoria sperimentale vicino a Monticello, la tenuta di Jefferson.
Mazzei portó con se’ non soltanto semi di nuove piante, ma anche di nuove idee. L’anno seguente scrisse queste parole: "Tutti gli uomini sono per natura egualmente liberi e indipendenti. Quest'eguaglianza é necessaria per costituire un governo libero. Bisogna che ognuno sia uguale all'altro nel diritto naturale." Jefferson (che parlava un ottimo italiano) tradusse quelle parole, che furono pubblicate sulla Virginia Gazette sotto lo pseudonimo usato da Mazzei “Furioso”. Due anni dopo Jefferson rielaboró quel concetto introducendolo nella Dichiarazione d’Indipendenza.
Mazzei rese molti servigi al nuovo paese, e durante la presidenza Jefferson, fece in modo di inviare a Washington scultori italiani che parteciparono ai lavori per il Campidoglio.
In quel periodo, i giornali pubblicarono i testi della corrispondenza inviata a Mazzei da Jefferson, critica dei federalisti e, quindi, di George Washington. Come vedete, l’imbarazzo per le indiscrezioni fatte trapelare alla stampa, oggi le chiamiamo intercettazioni, è un altro elemento che ci accomuna!
Come ha detto un mese fa il Presidente Bush durante la visita a Roma, “il retaggio italiano rappresenta una parte importante del nostro paese e della nostra cultura”. Sulle questioni più importanti, dobbiamo fare in modo che ciò che ci unisce non sia messo in secondo piano. La visita del Presidente ha dimostrato che le nostre relazioni sono sempre state buone, sia valutandole in base a criteri che tengono conto dei governi, sia indipendentemente da essi. La nostra presenza qui è soprattutto tesa a rendere le nostre relazioni sempre più salde. Per questo, è arrivato il momento di ispirarci a una nuova visione.
Abbiamo appena celebrato il sessantesimo anniversario del Piano Marshall. Pensiamo per un attimo alla situazione mondiale quale era nel 1947. Ricordando le difficoltà affrontate all’epoca da George Marshall, da Alcide De Gasperi e dai loro contemporanei, non possiamo non vedere chiaramente che, al confronto, le nostre relazioni odierne offrono molte più opportunità. Quale sara’ il Piano Marshall del 21mo secolo?
Durante la visita in Italia, il Presidente Bush ha discusso con i leader italiani come sia possibile attuare alcuni dei temi più importanti affrontati al vertice del G8. Il presidente è arrivato a Roma con un’agenda ambiziosa e fitta di impegni, le cui prioritá coincidono con quelle espresse dal governo italiano. Il fatto che abbiamo prioritá comuni dimostra il valore della nostra alleanza. Dobbiamo guardare avanti e lavorare insieme, perchè quegli obiettivi sono tesi a migliorare la vita delle persone in tutto il mondo.
Prendiamo in esame la globalizzazione e lo sviluppo. In Africa, lavoreremo insieme per combattere l’AIDS e la malaria. Pertanto, non dovrebbe sorprendere che il Presidente abbia voluto incontrare la Comunità di Sant’Egidio durante la sua visita a Roma.
Per quanto riguarda il cambiamento climatico, dobbiamo lavorare insieme per definire un quadro di riferimento post-Kyoto ed un piano d’azione.
Dobbiamo inoltre lavorare insieme contro il terrorismo. Non possiamo permetterci di restare indietro o di dare la nostra cooperazione per scontata.
E ancora, soffermiamoci sull’importanza di rendere l’economia globale trasparente e aperta, impegnandoci con le grandi economie in via di sviluppo.
Insieme ci prepariamo alle sfide del futuro, indicandoci reciprocamente il modo per far funzionare meglio alcune cose. Perché pensate che io sia stato così tenace nel promuovere iniziative volte a creare condizioni più favorevoli per una maggiore competitività dell’economia italiana ? E’ soltanto perché amo l’Italia, ho un’esperienza diretta di cosa ha funzionato per l’economia americana, e so che quest'economia può fare molto di più.
In Italia c’e un crescente consenso su alcuni obiettivi che si desidera raggiungere, come ad esempio una maggiore flessibilità e trasparenza del sistema economico, una migliore tutela della proprieta’ intellettuale e una attuazione più rapida dei contratti e della risoluzione delle controversie. Dobbiamo persuadere la gente non soltanto che tutto questo é necessario, ma che é urgente, e che é possibile realizzarlo in tempi brevi.
Gli americani e gli italiani devono dare più ascolto alle richieste che vengono dalla gente comune, soprattutto dai giovani, che chiedono una crescita economica significativa e maggiori opportunità. Dobbiamo continuare ad incoraggiare una più ampia apertura nei confronti del rischio, maggiore disponibilità ad accettare sia i successi che le sconfitte, e una responsabilità sociale da parte delle imprese. Coloro che sono riusciti nei loro obiettivi devono essere d’esempio agli altri attraverso l’azione e la parola.
Le condizioni per gli investimenti di imprese americane nell’economia italiana non sono state favorevoli. L’evidenza ci viene dai numeri ed è incontrovertibile. Senza cercare di negarla o di darne la colpa a qualcuno, dovremmo piuttosto trovare insieme il modo per migliorare questa situazione. Gli investimenti italiani negli Stati Uniti sono cresciuti di molto lo scorso anno. Sono fiducioso che sia possibile allo stesso modo far aumentare gli investimenti americani in Italia, portandoli al livello degli altri paesi europei paragonabili all’Italia. Gli investimenti reciproci, e non solo le vendite, sono il collante che terrá insieme le nostre economie e ne determinerá il successo.
Ė’ precisamente il fatto che i governi non possono farsi carico di tutto questo da soli, che rende essenziale la partecipazione dei privati. Dobbiamo tenere unite le nostre societá attraverso gli scambi culturali e programmi che mantengano aperta una comunicazione molto attenta tra di noi. Cito come esempio il programma Fulbright, che dall’epoca del Piano Marshall ha promosso in maniera eccellente le relazioni internazionali. E’ per questo motivo che il Ministro degli Esteri D’Alema ha accettato di guidare, con me, il comitato per il 60mo anniversario che celebreremo l'anno prossimo.
Stiamo lanciando una campagna per la raccolta di fondi per integrare i contributi annuali dei governi italiano e americano al programma Fulbright, in modo che possa offrire opportunità sempre maggiori ai giovani italiani che vogliono studiare negli Stati Uniti. Nei prossimi mesi mi metteró in contatto con molti di voi presenti qui questa sera proprio per parlare di questo argomento.
Le relazioni tra gli Stati Uniti e l’Italia sono sempre state molto buone. Buone non vuol dire sempre facili. Ci sono, come è giá avvenuto in passato, dei temi su cui non siamo d’accordo. E, come nel passato, i nostri leader si trovano ad affrontare scelte impegnative. Insomma, abbiamo moltissime cose da fare. Molte di più di quanto sarebbe stato possibile in passato. Dobbiamo approfittare delle opportunità che ci vengono offerte. Lo dobbiamo a tutti coloro che ci hanno preceduti. E lo dobbiamo anche a tutti coloro che verranno dopo di noi.
Vi ringrazio ancora per la vostra presenza qui e auguro a tutti una buona serata.