Impatto economico dell’immigrazione, 20 giugno 2007
“La nostra analisi di ricerca economica ha riscontrato che gli immigrati non solo contribuiscono alla crescita economica degli Stati Uniti, ma hanno anche un effetto positivo sul reddito dei lavoratori nativi”.
Edward P. Lazear, Presidente del Consiglio dei Consiglieri Economici
(Ufficio Esecutivo del Presidente - Consiglio dei Consiglieri Economici, Washington, D.C. 20502)
Introduzione
Nel 2006, i lavoratori nativi hanno costituito il 15% della forza lavoro degli Stati Uniti e, durante l’ultimo decennio, hanno contribuito per circa metà della sua crescita. Questa immigrazione, che ha alimentato lo sviluppo macroeconomico americano, non è affatto un fenomeno controverso, né sorprendente - un maggior numero di lavoratori determina una maggiore produzione. Anche il beneficio che questi lavoratori immigrati hanno ottenuto lavorando negli Stati Uniti non è un fenomeno controverso e sorprendente – diversamente, pochi sarebbero venuti nel nostro paese. (Nota 1).
Stabilire quanto l’immigrazione influisca sul benessere dei nativi americani è più complicato. Ciò è dovuto sia al fatto che l’impatto economico dell’immigrazione è complesso e può svilupparsi nell’arco di generazioni, sia al fatto che non tutti i nativi sono uguali in termini di caratteristiche economiche. Anche in retrospettiva, non è facile distinguere contemporaneamente l’influenza dell’immigrazione da quella delle altre forze economiche operanti. E non è nemmeno facile proiettare costi e benefici in un futuro a lungo termine. Ciò nonostante, economisti e demografi hanno compiuto progressi significativi su molte problematiche relative alla misurazione dei dati. Questo rapporto stabilisce l’impatto economico dell’immigrazione basato sulla letteratura professionale, e conclude affermando che l’immigrazione ha, nel complesso, un effetto positivo sull’economia americana e sul reddito dei lavoratori nativi americani.
Conclusioni fondamentali
- Mediamente, i nativi americani traggono benefici dall’immigrazione. Gli immigrati tendono ad essere di complemento ai nativi (e non a sostituirli), migliorando la loro produttività ed il loro reddito.
- Studi accurati sugli effetti fiscali a lungo termine dell’immigrazione hanno concluso che è probabile che essa abbia un’influenza moderata e positiva.
- Verosimilmente, gli immigrati specializzati sono particolarmente utili ai nativi. Oltre al contributo dato all’innovazione, essi hanno un impatto fiscale significativamente positivo.
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(Nota 1) In questo documento le parole “immigrato” e “straniero” sono intercambiabili. Questi termini si riferiscono sia agli immigrati legali che a quelli illegali. Poiché è difficile determinare lo status legale di immigrato sulla base di dati e criteri standard, la letteratura economica generalmente considera tutti i lavoratori stranieri nell’insieme.
Considerazioni Generali
- Gli immigrati costituiscono una componente essenziale della forza lavoro americana e contribuiscono alla crescita produttiva ed all’avanzamento tecnologico. Rappresentano il 15% di tutti i lavoratori, e questa percentuale aumenta in determinati settori, quali costruzioni, servizi alimentari e sanitari. Circa il 40% degli scienziati in possesso di un titolo di specializzazione post-laurea che lavorano negli Stati Uniti, sono nati all’estero. (Fonte: Bureau of Labor Statistics; American Community Survey -- Agenzia federale americana per la raccolta di informazioni sul mercato del lavoro; Rilevazione delle caratteristiche demografiche, sociali ed economiche delle comunità locali).
- Molti immigrati sono imprenditori. L’indice della Fondazione Kauffman sull’attività imprenditoriale risulta maggiore di circa il 40% per gli immigrati rispetto ai nativi (Fonte: Fondazione Kauffman).
- Gli immigrati ed i loro figli assimilano la cultura americana. Per esempio, sebbene il 72% degli appartenenti alla prima generazione di immigrati latino-americani consideri lo spagnolo la lingua predominante, questa percentuale scende al 7% per gli appartenenti alla seconda generazione. (Fonte: Pew Hispanic Center/Kaiser Family Foundation – Istituto di Ricerca della fondazione PEW sul mondo degli immigrati/ Fondazione della famiglia Kaiser).
- Il tasso di criminalità negli immigrati è minore rispetto ai nativi . Per quanto riguarda gli uomini compresi nella fascia di età che va dai 18 ai 40 anni, il tasso di incarcerazione degli immigrati è più basso rispetto ai nativi. (Fonte: Butcher and Piehl).
- Gli immigrati stanno leggermente migliorando la solvibilità dei sistemi a ripartizione (pay-as-you-go), come Social Security (ente previdenziale) e Medicare (programma di assicurazione medica). Il rapporto 2007 degli amministratori fiduciari dei fondi OASDI* indica che, con un aumento di 100.000 immigrati per anno, si avrebbe un incremento del bilancio attuariale a lunga scadenza di circa lo 0.07% del monte salari tassabile (Fonte: Social Security Administration).
- L’impatto a lungo termine dell’immigrazione sui bilanci pubblici sembra essere positivo. Le proiezioni sulla tassazione futura e la spesa di governo sono incerte; tuttavia, uno studio accurato pubblicato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) ha stimato che gli immigrati ed i loro discendenti contribuirebbero per circa 80,000 dollari di tasse in più (dollaro al 1996), rispetto a quello che essi riceverebbero in servizi pubblici. (Fonte: Smith and Edmonston).
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* Le prestazioni per vecchiaia, invalidità e superstiti sono versate dall’ Old-Age and Survivors Insurance (OASI) Trust Fund, mentre gli assegni di invalidità provengono dal Disability Insurance (DI) Trust Fund . I due fondi sono spesso designati congiuntamente per mezzo della sigla OASDI.
1. Valutazione degli effetti dell’immigrazione sul reddito dei nativi.
Gli immigrati non cambiano soltanto la dimensione della forza lavoro, ma anche l’insieme dei fattori ad essa relativi, quali lavoro non specializzato, lavoro specializzato, e capitale nell’economia. I nativi americani tendono a beneficiare dal fenomeno migratorio proprio a causa del fatto che gli immigrati non sono esattamente come i nativi in termini di caratteristiche produttive e componenti fattoriali. Per esempio, il Grafico 1 mostra che, contrariamente al fatto che gli immigrati rappresentano il 15% del totale della forza lavoro, essi raggiungono percentuali molto più alte sia per quanto riguarda il numero di lavoratori senza diploma di scuola media superiore, che per il numero di lavoratori con specializzazione post-laurea (specialmente per coloro che lavorano in campo scientifico). Le differenze tra nativi ed immigrati hanno portato a complementarità produttive a beneficio dei nativi.
Esempio:
- La presenza di manodopera straniera non specializzata nel settore delle costruzioni ha permesso ad operai specializzati e ad appaltatori americani di costruire più case a costi più bassi, cosa che diversamente non sarebbe avvenuta – di conseguenza, sono aumentate la produttività ed il reddito dei nativi.
- In tal modo, quando gli immigrati si aggiungono alla forza lavoro americana, essi aumentano la produttività totale dell’economia, suddivisa tra immigrati (che percepiscono salari) e nativi (che percepiscono salari ed ottengono anche un reddito dal possesso di capitale umano e fisico). I nativi possono guadagnare profitto dal fatto di avere a disposizione una grande varietà di beni e servizi di consumo, e prezzi più bassi per i beni ed i servizi prodotti dalle industrie con alte concentrazioni di manodopera straniera.
Il “plusvalore migratorio” costituisce una misurazione semplice e frequentemente menzionata dei vantaggi complessivi derivanti dall’immigrazione. Il plusvalore ha origine dai fattori nativi di produzione, cui fanno da complemento i lavoratori immigrati – cioè dai fattori la cui produttività è cresciuta grazie alla presenza di immigrati. In un modello composto semplicemente da capitale e lavoro (non caratterizzato dalla specializzazione), simile nella struttura a quello presentato dall’analisi del Consiglio Nazionale di Ricerche, si può indicare il plusvalore come l’area di un triangolo definito dalla curva della domanda di lavoro che scende verso il basso e dallo spostamento nell’offerta di lavoro attribuita all’immigrazione. Usando valutazioni standard sull’elasticità della domanda lavorativa (0.3) e sulla misurazione del numero di stranieri impiegati come forza lavoro, l’attuale plusvalore migratorio costituisce circa lo 0.28% del Prodotto Interno Lordo, o approssimativamente 37 miliardi di dollari per anno. (Nota 2).
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(Nota 2) Aritmeticamente, in quanto parte del Prodotto Interno Lordo, il plusvalore è dato approssimativamente da un mezzo, moltiplicato la percentuale del reddito lavorativo, moltiplicato l’incremento proporzionale dell’occupazione, moltiplicato l’aggiustamento salariale stimato ad uno spostamento dell’offerta di quella dimensione. Variare l’elasticità presunta della domanda lavorativa cambia proporzionalmente il plusvalore stimato. Un’elasticità di 0.1 porta ad un plusvalore stimato di 12 miliardi di dollari, laddove un’elasticità di 0.5 determina un plusvalore stimato di 62 miliardi di dollari. L’argomento è trattato nell’ambito del Capitolo 4 del testo: J. Smith and B. Edmonston (editori.), The New Americans: Economic, Demographic, and Fiscal Effects of Immigration, Washington DC: National Research Council, National Academy Press, 1997. La stima approssimativa del plusvalore, fornita dal Consiglio Nazionale della Ricerca, è stata, nel 1996, di 14 miliardi di dollari. Il dato più alto del 2006 è dovuto ad un’economia più forte, all’inflazione del dollaro al 2006, ed alla crescita della percentuale di lavoratori immigrati.
Sebbene si venga attratti dalla semplicità dell’approccio del “plusvalore migratorio”, le considerazioni implicite sono numerose, e gli economisti sanno bene che esso non costituisce una valutazione completa dell’influenza dell’immigrazione sull’economia. Per esempio, tale approccio
non fa differenza tra i diversi tipi di lavoratori (a seconda della loro specializzazione, esperienza o nascita), e non tiene conto di una risposta endogena e positiva del capitale di mercato al cambiamento dell’offerta di lavoro. Poiché l’immigrazione cambia la combinazione dei fattori nell’economia, essa può influenzare il modello dei prezzi fattoriali, il quale a sua volta può indurre
cambiamenti endogeni in altri fattori dell’offerta. Inoltre, nel calcolo del plusvalore è implicito un effetto negativo presunto sui salari medi dei nativi – effetto difficile da percepire negli studi empirici della struttura salariale americana. (Nota 3)
Un approccio più complesso per misurare l’influenza dell’immigrazione sul reddito dei nativi, distingue i lavoratori per specializzazione, nascita ed esperienza, e tiene conto anche della risposta dell’accumulo di capitale ai cambiamenti dell’offerta di lavoro. In questo scenario, le complementarietà associate ai lavoratori immigrati possono andare a beneficio dei lavoratori nativi. Un recente studio di Ottaviano e Peri (2006) prende in considerazione questo approccio per misurare gli effetti salariali dell’immigrazione, e conclude affermando che, dal 1990, l’immigrazione ha prodotto un incremento nel salario medio dei nativi compreso tra lo 0.7% e l’1.8%, a seconda dell’arco di tempo di valutazione – l’effetto è maggiormente positivo quando il capitale azionario ha avuto il tempo di adeguarsi. (Nota 4) Si stima che il 90% dei lavoratori nativi americani abbia tratto vantaggi dall’immigrazione. Moltiplicando la percentuale media di guadagno con il salario totale dei nativi americani, risulta che i guadagni salariali annuali derivanti dall’immigrazione sono compresi tra i 30 e gli 80 miliardi di dollari. (Nota 5).
In entrambi gli approcci descritti, i nativi traggono benefici dall’immigrazione poiché le complementarietà associate agli immigrati superano le perdite derivanti dalla competizione del valore aggiunto di mercato. Piuttosto che concentrarsi sugli effetti medi, bisognerebbe prestare particolare attenzione al benessere dei nativi meno specializzati. Il numero di nativi in possesso di un titolo di studio inferiore al diploma superiore è diminuito nel tempo, il che costituisce una delle ragioni per cui immigrati meno specializzati si sono inseriti nella manodopera statunitense per dedicarsi ad attività scarsamente remunerate. Anche se fosse così, basandosi sul Grafico 1, ci si potrebbe aspettare che i restanti nativi meno specializzati debbano affrontare, nel mercato del lavoro, la competizione con gli immigrati. (Nota 6). Sull’argomento, i risultati sono diversi.
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(Nota 3) Vedi, per esempio, D. Card, “Is the New Immigration Really So Bad?” NBER Working Paper 11547 (2005), oppure R. Friedberg and J. Hunt, “The Impact of Immigration on Host Country Wages, Employment and Growth,” Journal of Economic Perspectives 9 (1995): 23-44.
(Nota 4) L’1.8% è basato sul valore “mediano” di Ottaviano e Peri per l’elasticità di sostituzione tra lavoratori nativi e stranieri all’interno di gruppi di esperienza educativa (6.6). Variare il parametro da 5 a 10 comporta, a lungo termine, guadagni di stipendio che variano dal 2.3 all’1.2%. Vedi G. Ottaviano e G. Peri, “Rethinking the Effects of Immigration on Wages,” NBER Working Paper 12497 (2006).
(Nota 5) I salari complessivi percepiti dai nativi americani sono stati calcolati utilizzando i dati presenti nel rapporto di rilevazione 2005 American Community Survey.
(Nota 6) Si può notare che perfino all’interno di categorie definite dai livelli di scolarizzazione ed esperienza, i nativi possono avere capacità linguistiche e conoscenza del mondo locale che li differenzia in modo sostanziale dagli immigrati.
(Nota 7) G. Borjas, “The Labor Demand Curve Is Downward Sloping: Reexamining the Impact of Immigration on the Labor Market,” Quarterly Journal of Economics 118 (2003): 1335-1374. Il dato citato nel testo appare a pag. 1369. G. Ottaviano e G. Peri (2006), utilizzando un approccio che si rifà direttamente a Borjas (2003), stimano un effetto negativo che oscilla soltanto tra l’1% e il 2% per i nativi meno specializzati. Una differenza metodologica fondamentale consiste nel fatto che Ottaviano e Peri tengono conto della sostituzione imperfetta tra immigrati e nativi all’interno delle categorie istruzione-esperienza. Card (2005) si domanda, inoltre, se gli immigrati provochino un reale abbassamento dei salari dei nativi non specializzati.
studi spesso riscontrano effetti negativi minimi dell’immigrazione sui salari dei nativi meno specializzati, e perfino l’ampia valutazione comparativa riportata dal professor Borjas, (2003) è inferiore al 10% per quanto riguarda l’immigrazione relativamente ad un periodo di 20 anni (Nota 7 alla pagina precedente).
Le difficoltà che incontrano coloro che abbandonano la scuola superiore costituiscono un serio problema politico, ma sarebbe più giusto concludere che l’immigrazione non è la causa primaria di quelle difficoltà, e che ridurre l’immigrazione non è il modo migliore per aiutare questi nativi scarsamente remunerati.
- Conclusione : Gli immigrati aumentano la produttività totale dell’economia, ed i nativi beneficiano in parte di questo incremento a causa delle complementarietà nella produzione. Approcci differenti che valutano i guadagni di reddito complessivo dei nativi ottenuti grazie all’immigrazione, mostrano cifre di oltre 30 miliardi di dollari per anno. Ridurre drasticamente l’immigrazione costituirebbe un modo inefficiente e poco lungimirante per aiutare i lavoratori americani scarsamente remunerati.
2. Valutazione dei benefici e dei costi fiscali
Per stabilire le implicazioni fiscali dell’immigrazione, è importante avere una visione a lungo termine del processo e della sua interazione con le proiezioni delle tendenze demografiche ed economiche. Il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) ha pubblicato, nel 1997, uno studio miliare sull’immigrazione, includendo una valutazione dell’impatto fiscale complessivo (comprendendo tasse e benefici a tutti i livelli governativi). (Nota 8). Sebbene siano passati dieci anni dalla sua pubblicazione, vale la pena ripetere le lezioni metodologiche di base ed i risultati empirici di questo studio. (Nota 9).
Un punto fondamentale è che le immagini “istantanee” dell’impatto fiscale dell’immigrazione, in modo particolare quando sono basate sull’analisi delle famiglie di immigrati, sono insufficienti, e potenzialmente costituiscono delle linee di riferimento fuorvianti per l’impatto fiscale a lungo termine dell’immigrazione. (Nota 10). Invece, “Soltanto una proiezione di spesa fiscale e governativa che guarda verso il futuro può offrire un’immagine accurata delle conseguenze fiscali a lungo termine relative all’ammissione di nuovi immigrati” (Smith and Edmonston 1997, p. 10). Quest’approccio coglie i costi ed i benefici complessivi dei figli degli immigrati. Naturalmente, queste proiezioni devono basarsi su assunzioni relative sia al percorso futuro della spesa fiscale e governativa, che alle tendenze economiche e demografiche. Partendo da questo punto di vista a lungo termine, lo studio del CNR stima che gli immigrati (inclusi i loro discendenti) avrebbero un impatto fiscale positivo – un valore attuale scontato di 80.000 dollari in media per immigrato nel loro modello base (in dollari del 1996). (Nota 11).
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(Nota 8) J. Smith and B. Edmonston (editori.), The New Americans: Economic, Demographic, and Fiscal Effects of Immigration, Washington DC: National Research Council, National Academy Press, 1997.
(Nota 9) Per una più recente indagine parallela, vedi: R. Lee and T. Miller, “Immigration, Social Security, and Broader Fiscal Impacts,” American Economic Review 90, 2 (Maggio 2000): 350-354.
(Nota 10) Vedi, per esempio: R. Rector and C. Kim, “The Fiscal Cost of Low-Skill Immigrants to the U.S. Taxpayer,” Washington, DC: Heritage Foundation, 2007.
(Nota 11) Lo studio del CNR ha stimato che le limitazioni sui benefici pubblici presenti nella legge del 1996 chiamata Personal Responsibility and Work Opportunity Reconciliation Act (legge per la riconciliazione tra responsabilità personale e opportunità lavorative), aumenterebbero l’impatto fiscale di ulteriori 8.000 dollari in media. Il modello base del CNR presuppone che il rapporto debito-PIL si dovrebbe stabilizzare dopo 20 anni, attraverso una combinazione al 50% della diminuzione della spesa governativa e dell’aumento delle tasse. Il rapporto discute scenari alternativi, e conclude che i risultati fondamentali non vengono fortemente influenzati da una presunta combinazione di ridefinizione di benefici contro tasse (Smith and Edmonston 1997, p. 338).
Il plusvalore è maggiore per gli immigrati altamente specializzati (198.000 dollari), e leggermente negativo per coloro che sono in possesso di un titolo di studio inferiore al diploma di scuola superiore (- 13.000 dollari). Vale la pena notare che il costo fiscale stimato dal CNR dei lavoratori meno specializzati, è molto più basso di quello che alcuni commentatori hanno recentemente suggerito sulla base di metodi meno esaurienti.
L’approccio fiscale a lungo termine ci trasmette quattro lezioni principali: 1) sebbene le proiezioni non siano certe, sembra che l’immigrazione abbia un impatto fiscale a lungo termine leggermente positivo; 2) gli immigrati specializzati hanno un impatto più positivo degli altri; 3) l’impatto fiscale positivo tende ad accumularsi a livello federale, ma i costi netti tendono a rimanere concentrati a livello statale e locale; infine, 4) l’effetto fiscale complessivo dell’immigrazione è limitato in rapporto al volume del gettito fiscale totale – è improbabile che l’immigrazione riesca a sanare o a causare squilibri significativi a livello fiscale.
- Conclusione : Sebbene le stime con proiezione futura sugli effetti fiscali dell’immigrazione, riguardanti tutti i livelli di spesa governativa e gettito fiscale, siano soggette alle incertezze tipiche delle proiezioni a lungo termine, esse suggeriscono mediamente una lieve influenza positiva.
3. Immigrati nella forza lavoro americana
Oggi, dalla prospettiva dei lavoratori di molti paesi, i guadagni potenziali di reddito derivanti dall’immigrazione sono molteplici. Per esempio, Hanson (2006) ha misurato i salari medi degli uomini di origine messicana che si erano da poco trasferiti negli Stati Uniti, e li ha comparati agli stipendi di individui simili che però lavoravano ancora in Messico. (Nota 12). I livelli del salario reale (cioè i salari ridefiniti a causa delle differenze internazionali dei prezzi), variavano da circa 6 a 1, a 2 a 1 in favore dei lavoratori stanziati negli Stati Uniti, e dipendevano dalla fascia di età e di scolarizzazione. Dovendo affrontare queste disparità salariali così ampie a livello internazionale, un lavoratore potrebbe sperare di trasferirsi permanentemente negli Stati Uniti, oppure nutrire l’aspettativa di ritornare a casa dopo aver accumulato un pò di risparmi. In questo scenario, l’opportunità di lavorare all’estero temporaneamente può servire a finanziare grossi acquisti o investimenti (come una casa, un’automobile, o intraprendere nuove attività commerciali) nel proprio paese di origine, dove i mercati di credito sono sottosviluppati, e dove accumulare ricchezza è difficile a causa degli stipendi bassi. L’immigrazione potrebbe anche aiutare le famiglie ad allargare e diversificare le proprie fonti di reddito, funzionando perciò da punto di riferimento per un livello di reddito più elevato e più stabile per quei componenti del nucleo familiare che continuano a vivere in un’economia meno sviluppata. In breve, gli utili economici per gli immigrati e le loro famiglie sono, di solito, abbastanza elevati.
Questi immigrati, come quelli del passato, lavorano alacremente per migliorare la propria vita e quella dei propri figli. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro, che riflette una concentrazione di immigrati nell’età lavorativa primaria, è un pò più alto di quello dei nativi (69% contro il 66% nel 2006), e per il fatto che fanno parte della forza lavoro, il loro tasso di disoccupazione è un pò più basso rispetto ai nativi (4.0% contro 4.7% nel 2006). (Nota 13). Sebbene il livello del loro reddito medio sia inferiore a quello dei nativi, la Tavola 1 mostra dati alquanti positivi per gli immigrati, se paragonati ai nativi che hanno simili livelli di istruzione. Il tasso di incarcerazione degli immigrati è più basso rispetto ai nativi. (Nota 14). Ed essi sono più propensi ad iniziare un’attività imprenditoriale. (Nota 15). Tutti i figli degli immigrati latino-americani imparano l’inglese. (Nota 16). Infine, relativamente ai nativi, i figli degli immigrati scarsamente scolarizzati riescono a limitare gran parte del divario culturale e finanziario che i loro genitori hanno dovuto affrontare. (Nota 17).
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(Nota 12) G. Hanson, “Illegal Migration from Mexico to the United States,” Journal of Economic Literature, 44 (2006): 869-924.
(Nota 13) http://www.bls.gov/news.release/pdf/forbrn.pdf.
(Nota14) Vedi la dichiarazione di Anne Morrison Piehl davanti alla Commissione Giudiziaria della Camera dei Rappresentanti, Sottocommissione per Immigrazione, Cittadinanza, Rifugiati, Sicurezza dei Confini e Diritto Internazionale (17 maggio 2007), visionabile presso il sito: http://judiciary.house.gov/media/pdfs/Piehl070517.pdf. Piehl, un’economista della Rutgers University, ha dichiarato che “…non esiste un’evidenza empirica che gli immigrati costiuiscono una particolare minaccia criminale. Al contrario, i fatti dimostrano che gli immigrati sono coinvolti nell’attività criminale in misura minore rispetto ai nativi. L’evidenza diretta sui tassi di criminalità dimostra che le località che accolgono grosse quantità di immigrati, non registrano aumenti nei relativi tassi di criminalità”.
(Nota 15) Vedi Indice della Fondazione Kauffman sull’attività imprenditoriale (disponibile presso il sito: www.kauffman.org).
(Nota 16) Vedi rapporto Pew Hispanic Center/Kaiser Family Foundation 2002 National Survey of Latinos, i cui risultati riassuntivi sono consultabili al sito: http://pewhispanic.org/files/execsum/15.pdf.
(Nota 17) Vedi D. Card, “Is the New Immigration Really So Bad?” NBER Working Paper 11547 (2005). Vedi anche D. Card, J. DiNardo, and E. Estes, “The More Things Change: Immigrants and the Children of Immigrants in the 1940s,1970s, and the 1990s,” in G. Borjas (ed.), Issues in the Economics of Immigration. Chicago: University of Chicago Press, 2000.
- Conclusione : come nel passato, gli immigrati dimostrano di avere un’etica lavorativa molto forte, ed i figli degli immigrati tendono ad integrarsi in termini di acquisizione di linguaggio e cultura.
Letture aggiuntive:
G. Borjas, Heaven’s Door: Immigration Policy and the American Economy, Princeton: Princeton
University Press, 1999.
D. Card, “Is the New Immigration Really So Bad?” NBER Working Paper 11547 (2005).
http://www.nber.org/papers/w11547.
D. Card, J. DiNardo, and E. Estes, “The More Things Change: Immigrants and the Children of
Immigrants in the 1940s, 1970s, and 1990s,” NBER Working Paper 6519 (1998).
http://www.nber.org/papers/w6519.
Council of Economic Advisers, Economic Report of the President, Washington DC: United
States Government Printing Office, 2007. Chapter 9, “Immigration.”
http://www.whitehouse.gov/cea/ch9-erp07.pdf.
Council of Economic Advisers, Economic Report of the President, Washington DC: United
States Government Printing Office, 2005. Chapter 4, “Immigration.”
http://www.gpoaccess.gov/eop/2005/2005_erp.pdf.
G. Hanson, “Illegal Migration from Mexico to the United States,” Journal of Economic
Literature , 44 (2006): 869-924.
http://irpshome.ucsd.edu/faculty/gohanson/JEL_Mexican_Immigration_0306.pdf.
R. Lee and T. Miller, “Immigration, Social Security, and Broader Fiscal Impacts,” American
Economic Review 90 (May 2000): 350-354.
http://www.jstor.org/view/00028282/ap000009/00a00700/0.
G. Ottaviano and G. Peri, “Rethinking the Effects of Immigration on Wages,” NBER Working
Paper 12497 (2006). http://papers.nber.org/papers/w12497.
J. Passel, “The Size and Characteristics of the Unauthorized Migrant Population in the U.S.,”
Pew Hispanic Center , 2006. http://pewhispanic.org/files/reports/61.pdf.
J. Smith and B. Edmonston (eds.), The New Americans: Economic, Demographic, and Fiscal
Effects of Immigration , Washington DC: National Research Council, National Academy Press, 1997.

Tavola 1 – Guadagni settimanali mediani a seconda del grado di istruzione
Livello di istruzione | Guadagni dei nativi | Guadagni degli stranieri | Guadagni degli stranieri in percentuale rispetto ai guadagni dei nativi | Tasso di disoccupazione degli stranieri |
Tutti | $ 743 | $ 575 | 77 | 3.6 |
Inferiore al diploma superiore | $ 462 | $ 396 | 86 | 5.1 |
Diploma superiore | $ 607 | $ 507 | 84 | 3.5 |
Alcuni anni di università senza conseguimento del titolo di studio | $ 701 | $ 613 | 87 | 3.4 |
Laurea | $1042 | $1024 | 88 | 2.3 |
Nota: I dati salariali si riferiscono ad una retribuzione a tempo pieno ed a lavoratori stipendiati dai 25 anni in su. I dati relativi alla disoccupazione si riferiscono a quella forza lavoro con età dai 25 anni in su.
Fonte: Ministero del Lavoro (ufficio statistiche)