Discorso dell'Ambasciatore Ronald P. Spogli
Le Politiche Occupazionali e Previdenziali
Conferenza U.I.L.,
Roma, 12 dicembre 2006
Ministro Damiano, Segretario Generale Angeletti, illustri ospiti.
Vorrei prima di tutto ringraziare il Segretario Generale Angeletti e la UIL per aver organizzato questo seminario ed averci dato l’opportunità di discutere temi di vitale importanza quali le politiche sindacali e previdenziali, temi che avranno un ruolo preponderante nella futura crescita economica italiana.
Dieci anni fa, gli Stati Uniti misero in atto il cosidetto “welfare to work”, un programma previdenziale specifico il cui obiettivo era ridurre i costi previdenziali ed incentivare l’occupazione. Tale programma combinava sanzioni, stabilendo un preciso limite di anni per i quali si potevano ricevere pagamenti assistenziali, con incentivi, aumentando i benefici fiscali e la spesa sui programmi dell’infanzia. Il programma fu aspramente criticato, specialmente in Europa,dove si riteneva che si sarebbe tradotto in un incremento di povertà e disagio, specialmente per le ragazze madri, e fu anche strumentalizzato come esempio di come gli Stati Uniti mettessero a repentaglio la vita delle persone semplicemente tagliando i costi.
Ebbene, tali critiche si sono rivelate quanto mai errate: il programma ha avuto un successo straordinario. Il numero di persone che hanno beneficiato dell’assitenza previdenziale è diminuito dal 1996 ad aggi da 12,2 a 4.5 milioni; i casi di assistenza sociale sono diminuiti del 54%; il 60% delle madri che necessitavano di assistenza hanno trovato un impiego, e 20,000 aziende hanno assunto 1,1 milione di precedenti beneficiari che sono stati nuovamente addestrati. Inoltre, abbiamo incrementato programmi di formazione professionale, aumentato i crediti fiscali sia per le aziende che per la classe povera lavoratrice, il minimo sindacale, e raddoppiato il finanziamento del governo per i programmi di assistenza ed istruzione infantile. Anche la povertà infantile è scesa al livello più basso dal 1979, e molti cittadini sono passati dalla fascia dell’indigenza alla classe media. Sulla base dei nostri successi, il Regno Unito, il Belgio e la Danimarca hanno modificato le loro politiche in modo da imporre delle condizioni sui benefici previdenziali ed incrementare gli incentivi all’occupazione. Credo che anche la Francia e la Germania stiano considerando di intraprendere simili provvedimenti.
Ho voluto cominciare con questo esempio in quanto, a mio avviso, pone in evidenza alcuni punti importanti che potrebbero applicarsi all’Italia in materia di mercato del lavoro, di riforme del sistema pensionistico ed educativo.
Un primo punto è che un’audace riforma istituzionale può avere successo, specialmente se sostenuta da un vasto consenso politico. Fu proprio il Presidente Clinton, un democratico quindi, a proporre una riforma del sistema previdenziale considerato come un dogma indiscusso all’interno del proprio partito, dovendo accettare modifiche significative da parte del Parlamento Repubblicano per mettere in atto tale riforma.
Secondo punto, il programma ha dimostrato come i cittadinini reagiscono positivamente se spronati a prendersi carico della propria esistenza.
Terzo, si è visto chiaramente come una riforma debba includere “sia il bastone sia la carota” in più settori. Nel modo di oggi, applicare una riforma ad una sola parte del puzzle non è sufficiente, che sia aumentare l’età pensionabile o diminuire la pressione fiscale sulle aziende. Se vogliamo incentivare l’occupazione, dobbiamo considerare la politica pensionistica, l’istruzione, la formazione professionale e l’assistenza all’infanzia, tutti come parte di un unico pacchetto che contenga incentivi sia per le aziende che per i lavoratori.
Quarto, oltre alla riduzione dei costi, il successo del programma è stato determinato dall’avere dato priorità alle esigenze della gente piuttosto che alle strutture formative. Si à trattato di dare speranza a molti beneficiari di sussidi previdenziali che sono usciti dal limbo della disoccupazione per divenire membri della comunità orgogliosi ed economicamente autonomi.
Le modifiche attuate dalla legge Biagi del 2004 in materia di flessibilità del mercato del lavoro, hanno avuto il merito di ridurre il tasso di disoccupazione in Italia dall’8,7 nel 2004 al 7% nel 2006; tuttavia, meno della metà delle donne italiane non ha ancora un impiego, solamente il 42% dei giovani ed il 31% dei lavoratori con più di 55 anni lavorano. Complessivamente, 14,5 milioni di Italiani tra i 15 ed i 64 anni non sono ufficialmente occupati, non contribuendo quindi all’introito fiscale necessario al Paese, ed il 49% dei disoccupati sono senza lavoro da più di un anno. L’Italia ha la più elevate percentuali di anziani ed il più basso tasso di natalità in Europa e, secondo la OECD (l’Organizzazione Internazionale per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica), una legislazione industriale tra le più onerose per le imprese e uno tra i più bassi tassi di crescita della produttività in Europa. Solo l’8% degli Italiani ha conseguito un diploma universitario. Tali statistiche possono essere considerate come una sfida impossibile da sostenere, oppure come un’enorme opportunità da espandere, per istruire e formare la vostra forza lavoro, aumentando la produttività e creando posti di lavoro. Ma sarà necessaria molta flessibilità per stare al passo con un’economia sempre più globalizzata, dove la conoscenza, l’innovazione e la creatività sono fattori chiave.
Gli Stati Uniti sono all’avanguardia in questa economia caratterizzata dalla globalizzazione e dalla creatività. Gli impieghi in settori creativi occupano più di 40 milioni di Americani, per un ammontare complessivo di circa 2 mila miliardi, quasi la metà di tutti gli stipendi e salari pagati in America. Secondo il nostro Bureau of Labor Statistics, nei prossimi 10 anni vi saranno 10 milioni di posti di lavoro in più in settori creativi, quindi non solamente nei campi dell’ingegneria e della tecnologia, ma anche in settori quali l’istruzione, la sanità, le arti, la musica e lo spettacolo. Saranno create anche altri 5 milione posti di lavoro nell’industria dei servizi. Poiché questi settori stanno ormai sostituendo le tradizionali attività industriali, l’America deve nuovamente affrontare la sfida di rendere ugualmente attraente sul mercato merce prodotta da manodopera poco qualificata, come se fosse stata prodotta da personale altamente qualificato e ben pagato. Anche noi ci troviamo di fronte all’esigenza di reinventarci per adeguarci ai cambiamenti indotti dall’economia globalizzata. Ma ciò che unisce tutti questi settori è il talento, il valore creativo e la gratificazione professionale che derivano dalla libertà d’innovazione. Questo ovviamente si applica sia a professioni ad alto livello tecnologico nei campi della scienza e dell’ingegneria, ma anche ai quei lavori tradizionalmente svolti da manodopera poco qualificata come la vendita al dettaglio.
Richard Florida cita Best Buy come il perfetto esempio di questa nuova tendenza occupazionale. Best Buy impiega 90,000 persone ed è il maggiore venditore specializzato al mondo di prodotti elettronici, con vendite pari a 25 miliardi di dollari. Lo staff dirigente di Best Buy ha dato una missione alla sua azienda, cioè di offrire un ambiente professionale coinvolgente ed innovativo che stimola le potenzialità di coloro che si divertono lavorando al meglio. Tutto ciò ha avuto un suo ritorno: piccole idee, come il suggerimento di un giovane impiegato di cambiare un pavimento da esposizione, o la proposta di un lavoratore immigrato di rivolgersi a consumatori non di lingua inglese, sono state applicate su scala nazionale ed hanno generato un aumento di introiti di centinaia di migliaia di dollari. Aziende come Starbucks, Whole Foods, Target e Container Store gratificano il loro staff con aumenti di salario e di benefici per le loro idee creative che hanno effettivamente migliorato il servizio clienti. Altre aziende, come Ben & Jeerry’s, cercano di facilitare l’inserimento del personale creando un ambiente lavorativo amichevole ed accogliente, ed offrendo benefici a favore dell’impiegato.
E’ vero, dàaltro canto, che gli Americani hanno tradizionalmente lavori meno“stabili”, rispetto agli europei. In media, gli americani cambiano lavoro molte volte nel corso della loro carriera, ed il tempo di permanenza in un impiego con una qualsiasi azienda sta diminuendo; secondo un’indagine, la maggior parte degli americani intervistati sostengono che la sicurezza del posto di lavoro dipende la loro stessi e non dai datori di lavoro.
In Italia, la precarietà è un fattore oggetto di grandi discussioni quando si parla di mercato del lavoro e di opportunità professionali. Per offrire un antidoto a tale condizioni di incertezza, si usa spesso la dicitura “contratto di lavoro a tempo indeterminato”. Ma la vera sicurezza del posto di lavoro che la gente ricerca non si ottiene mediante un pezzo di carta, ma attraverso una serie di condizioni economiche che promuovono il rischio “intelligente” e ricompensano coloro che hanno raggiunto il successo. Il lavoro si crea attraverso un processo del genere, e di conseguenza l’incertezza si riduce. Il modo per assicurare meno “precarietà” consiste nell’ incoraggiare la creazione di un ambiente favorevole all’assunzione del rischio.
Daniel Pink, ex ghost writer di Al Gore, è divenuto oggi un membro di quel gruppo che abbiamo definito “agenti autonomi”, vale a dire un nucleo sempre crescente di professionisti che decidono di svolgere attività di consulenza in proprio. Egli ha scritto un libro intitolato “La Nazione degli Agenti Autonomi: Come i Nuovi Lavoratori Indipendenti Americani Stanno Trasformando il Nostro Modo di Vivere”, nel quale afferma che al giorno d’oggi “gli individui di talento hanno meno bisogno delle organizzazioni di quanto queste ultime abbiano bisogno di talenti. Un motivo per questo cambiamento è il fattore tecnologico, che Mr. Pink chiama “la rivincita di Karl Marx” in quanto i mezzi di produzione – i computers – sono oggi facilmente accessibili a tutti i lavoratori.
Tuttavia, come ha sottolineato Martin Feldstein, l’accelerazione della produttività Americana cominciata a metà degli anni 90, à il risultato della disponibilità di nuove tecnologie dell’informazione ma anche di molti altri fattori. Senza potenti incentivi ed appropriate strutture istituzionali, lo sviluppo della tecnologia dell’informazione non si sarebbe trasformato in una più rapida crescita della produtttività. Siamo consapevoli del fatto che l’innovazione possa essere destabilizzante e costosa, e che possa apparire rischiosa e sinistra a coloro che devono adattarsi a nuovi sistemi di lavoro. Ciò nonostante, negli Stati Uniti la produttività sta crescendo più rapidamente che in Europa, e questo grazie ai forti incentivi offerti ai lavoratori di ogni livello per attuare i cambiamenti necessari.
Ovviamente, la riforma del mercato del lavoro rappresenta solo una parte di ciò che bisogna mettere in atto per favorire la crescita economica. Come forse già sapete, ho recentemente lanciato un nuovo progetto denominato Partnership for Growth, il cui ambizioso intento è quello di conferire maggiore dinamicità all’economia italiana attraverso quattro importanti iniziative. Innanzitutto, la commercializzazione della ricerca, incoraggiando la collaborazione tra università e settore privato per creare nuove aziende e servizi. Secondo, l’allargamento del mercato dei capitali di rischio, con maggiore apertura al private equity ed al venture capital. Il terzo obiettivo è quello di promuovere un forte regime a tutela dei diritti di proprietà intellettuale per incoraggiare l’innovazione. Quarto ed ultimo, al fine di cominciare ad individuare gli elementi culturali che impediscono di assimilare il concetto del rischio “intelligente”, abbiamo messo a punto un nuovo programma di scambi culturali rivolto a giovani manager, ricercatori e scienziati che si recheranno negli Stati Uniti per studiare l’imprenditoria e per completare un periodo di apprendistato di 6 mesi presso aziende americane caratterizzate da una rapida crescita. Il programma sarà già operativo agli inizi del 2007.
Certamente non credo che il nostro sistema sia la risposta giusta alla situazione economica italiana: VOI dovete trovare la VOSTRA strada. Mi rendo conto che, nell’ottica italiana, il termine “flessibilità” comporta una connotazione negativa per i lavoratori. Infatti, il tema della flessibilità del mercato del lavoro risente dello stesso tipo di problematiche inizialmente affrontate da coloro che hanno ideato ed attuato il nuovo programma di welfare to work in America. Lìaumento della flessibilità richiede una linea d’azione coraggiosa per riuscire a superare uno dei dogmi sacri del mercato del lavoro italiano. E’ una sfida per lavoratori e aziende che devono adeguarsi ai continui cambiamenti indotti dalla globalizzazione, dall’innovazione tecnologica e dalla competizione internazionale. Come è accaduto per il welfare to work da noi, anche qui vi saranno delle forti opposizioni. La flessibilità del mercato del lavoro deve essere considerata come parte di un ben più vasto contesto macroeconomico, che includa la riforma del sistema educativo, la formazione professionale, maggiori investimenti nella ricerca e nello sviluppo, meno tasse per lavoratori ed aziende, e benefici salariali per incrementare la produzione. Ma è chiaro che una maggiore flessibilità del mercato del lavoro protegge i lavoratori, non i posti di lavoro.
Per finire vorrei condividere con voi la mia personale esperienza nell’aiutare le aziende ed il loro personale a crescere economicamente e professionalmente. Prima di diventare Ambasciatore in Italia, ho lavorato per più di trent’anni nel mondo della finanza e, nel 1993, sono stato il co-fondatore della Freeman-Spogli, un’azienda di private equity basata a Los Angeles e New York.
Come investitore, sono stato membro del Consiglio d’Amministrazione di oltre venti società, ed ho potuto quindi constatare in prima persona come gli investimenti di private equity possano fornire alle aziende gli strumenti manageriali, finanziari e tecnici necessari per competere ed essere vincenti sul mercato globale. Tutto ciò porta benefici alle aziende, ai loro manager ed impiegati, alle comunità in cui operano e, naturalmente, a coloro che investono nelle aziende stesse. Da persona interessata alla creazione di aziende ed alla formazione di leader aziendali, nessuna strategia, nessuna metodologia, nessuno schema organizzativo è stato mai così efficace nel conseguire risultati di grande importanza come attirare gli individui migliori, ed offrire benefici appropriati per permettere loro di ricevere la giusta gratificazione economica e professionale.
Io credo che l’Italia possieda una grande abbondanza di genio creativo non utilizzato, ma avete bisogno di dare ai vostri studenti ed ai vostri lavoratori l’istruzione e la formazione adeguata per far fronte alle nuove esigenze dettate dall’era digitale. Dovete dare a tutti coloro che sono disoccupati, o sotto-occupati, l’opportunità di avere un’occupazione, di contribuire alla società, un’opportunità di eccellere in qualcosa. E dovete incentivare i datori di lavoro affinché creino una tipologia di posto di lavoro che gratifica la creatività e l’aumento di produttività. Come noi già abbiamo riscontrato nell’attuazione del nostro programma welfare to work in America, tutta la società trarrà grandi benefici da queste coraggiose riforme.
Vi ringrazio per la vostra attenzione.