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TRADUZIONE INFORMALE, DA NON CONSIDERARE COME TESTO UFFICIALE

Gli americani sono impegnati negli sforzi umanitari in tutto il mondo, 17 dicembre 2006

(Gli Stati Uniti contribuiscono alla lotta contro le malattie, la fame, l’analfabetismo, dichiara il Sottosegretario Hughes)

(L’articolo che segue, a firma del Sottosegretario di Stato per la Diplomazia e per gli Affari Pubblici Karen P. Hughes, è stato originariamente pubblicato nell’edizione del Washington Times del 17 dicembre ed è di dominio pubblico. Non ci sono restrizioni alla sua ripubblicazione.)
(inizio articolo)

La diplomazia dei fatti
di Karen P. Hughes

Il “Vertice sulla malaria” tenutosi la settimana scorsa alla Casa Bianca non solo promette importantissimi progressi contro questa malattia prevenibile, ma rappresenta anche il meglio della diplomazia pubblica americana – la diplomazia delle nostre azioni.

Ciò che noi facciamo spesso parla più chiaramente di ciò che diciamo, soprattutto quando le nostre azioni hanno l’effetto di migliorare la vita della gente in ambiti significativi quali la salute e l’istruzione. L’iniziativa sulla malaria, così come molte altre, manda il chiaro messaggio che l’America ha profondamente a cuore la vita dei popoli di tutto il mondo.

Tale sforzo mobilita e mette a frutto la compassione collettiva del nostro paese. Unisce i dollari delle tasse dei cittadini americani e la competenza delle nostre agenzie governative ai contributi e alla passione di fondazioni provate e di singoli individui. Mette insieme la ricerca delle nostre istituzioni sanitarie, il campo d’azione di aziende private, e le mani e i cuori delle congregazioni religiose.

Grazie a questo sforzo congiunto, 15 paesi africani riceveranno un apporto di competenza e 1,5 miliardi di dollari per prevenire la malaria. Il risultato è la possibilità di salvare la vita di 3.000 bambini al giorno e di più di un milione di persone all’anno che ora muoiono a causa di questa terribile malattia.

L’iniziativa sulla malaria non ha precedenti, ma non è unica. La storia dimostrerà che il Presidente Bush e il popolo americano si sono assunti un impegno senza precedenti a favore delle cause umanitarie – dalla lotta contro l’AIDS, all’istruzione dei bambini, al nutrire gli affamati in alcuni dei luoghi più difficili del mondo. Eppure ancora pochi americani, e ancor meno persone nel mondo, sembrano riconoscere la portata di queste iniziative americane.

Quest’autunno, mentre parlavo ad una conferenza di donne in California, ho riassunto una molteplicità di progetti americani – consulenza d’impresa per donne in paesi in via di sviluppo, formazione per quasi un milione di insegnanti in 20 paesi, borse di studio per mezzo milione di ragazze in Africa, la prima campagna di prevenzione e di diagnosi precoce del cancro al seno in Medio Oriente, e altri ancora.

Eunice Shriver, la madre della first lady della California, era tra il pubblico e ha alzato la mano per chiedere perché non sentiamo parlare di più di questi programmi.

Una risposta breve è che le cattive notizie tendono a togliere spazio alle buone azioni, anche se la questione è ovviamente più complessa. In tutto il mondo l’America dà da mangiare ai poveri, fa studiare gli analfabeti, si prende cura degli ammalati e reagisce di fronte ai disastri. In effetti, sosteniamo così tanti progetti di sviluppo differenti che spesso riceviamo ben poco credito per ciascuno di essi. E in questo tempo di guerra, queste buone notizie vengono messe in ombra dalle tristi notizie di perdite umane.

È comprensibile che l’attenzione nazionale sia concentrata sulla nostra missione vitale in Iraq e in Afghanistan e sulla necessità di affrontare la continua minaccia del terrorismo. È comprensibile che la notizia principale sia un attentato dinamitardo, non lo scavo di un pozzo o l’apertura di una scuola. Eppure, in questa stagione di doni e di buona volontà, è anche importante ricordare a noi stessi e al mondo che l’America è attivamente impegnata a “fare la pace”, aiutando la gente a migliorare la propria vita.

Gli americani tendono la mano per aiutare chi ha bisogno in virtù di chi noi siamo e di ciò in cui crediamo. Noi condividiamo ciò che abbiamo con gli altri in virtù della nostra convinzione che tutti i popoli sono uguali e che ogni persona è preziosa in sé e per sé. Tali convinzioni ci spingono ad intervenire nel mondo. E quando i popoli del mondo vedono gli americani in azione, essi rispondono.

Lo scorso anno, dopo che la nave ospedale della Marina statunitense USS Mercy ha visitato nuovamente le zone del sudest asiatico devastate dallo tsunami, i sondaggi hanno mostrato che in Bangladesh l’opinione favorevole nei confronti degli Stati Uniti è salita all’87 percento. Quando i terremoti hanno sconvolto il Pakistan, gli elicotteri militari americani hanno portato soccorsi d’emergenza a migliaia di persone. L’elicottero Chinook è rapidamente diventato uno dei giocattoli più popolari in Pakistan, e nei sondaggi l’opinione favorevole nei confronti degli americani è raddoppiata.

Nel caso dei soccorsi a seguito di un disastro, gli sforzi americani sono ben focalizzati e fortemente visibili. Meno note sono le cose che facciamo tutti i giorni. Per esempio:

L’America è di gran lunga il maggior paese donatore di cibo alla popolazione del Darfur, dove noi abbiamo fornito più della metà degli aiuti alimentari d’emergenza provenienti da tutto il mondo. Sin da quando è scoppiato il conflitto nel 2003, l’America ha speso lì quasi 1 miliardo di dollari per nutrire gli affamati.

Gli Stati Uniti sono ancora il maggior donatore bilaterale di cibo e di medicine per il popolo palestinese.

Anche se per legge o per principio noi non possiamo dare soldi al governo di Hamas poiché esso rifiuta di rinunciare al terrorismo, quest’anno abbiamo elargito 234 milioni di dollari attraverso organizzazioni non governative.

Gli Stati Uniti sono alla guida del mondo nella lotta contro l’AIDS, fornendo più della metà di tutti i finanziamenti bilaterali del Global HIV/AIDS. Il Piano d’Emergenza per il Soccorso contro l’AIDS (PEPFAR) del Presidente Bush sta destinando 15 miliardi di dollari in cinque anni per il trattamento e la cura.

Gli Stati Uniti sono il maggior paese donatore del World Food Program delle Nazioni Unite. A partire dal 2003, gli Stati Uniti hanno fornito 1,27 miliardi di dollari in aiuti alimentari, guidando la lotta contro il rischio N° 1 per la salute globale – la fame.

Questi programmi da-popolo-a-popolo portano vita, speranza e un’immagine più positiva del nostro paese. Ho parlato con donne che partecipano ai nostri programmi di alfabetizzazione in Marocco, che hanno espresso gratitudine perché per la prima volta in vita loro esse possono ora spedire una lettera, leggere le etichette in un negozio e, cosa più importante, aiutare i loro figli a fare i compiti. Quando ho chiesto ad un ragazzo in uno dei nostri corsi di lingua inglese che cosa questo avesse significato per lui, ha risposto: “Io ho un lavoro e i miei amici no”. Una madre somala ridotta quasi a mendicare ci ha detto che il nostro programma cibo-in-cambio-di-lavoro non solo le aveva salvato la vita, ma le aveva restituito la dignità.

In questo periodo dell’anno, in cui le persone sono chiamate a prendersi cura di chi è affamato, solo e abbandonato, gli americani dovrebbero sapere che noi stiamo portando il dono della speranza a migliaia di persone di cui non sapremo mai il nome. E io continuerò a sostenere che noi facciamo anche di più, perché la diplomazia dei fatti giova ai nostri interessi nazionali e ai popoli di tutte le nazioni.

(L’autrice è il Sottosegretario di Stato per la Diplomazia e per gli Affari Pubblici.)

(fine articolo)

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