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Discorso dell'Ambasciatore Ronald P. Spogli

Conferenza "Growing the Italian Economy: The Case for Private Equity Investment"

Hotel Parco dei Principi

Roma, 22 novembre 2006

Vorrei ringraziare Tony James per essere venuto a Roma per condividere con noi la sua grande esperienza nel campo del private equity e del ruolo che esso svolge nella creazione di posti di lavoro e nella crescita economica. Ringrazio anche Robert Tomei e Advanced Capital per aver sponsorizzato le attività di questa giornata al fine di illustrare agli italiani il ruolo positivo svolto da forme di investimenti alternative in un portfolio istituzionale di investimenti ben bilanciato.

La nostra Ambasciata, a sua volta, ha offerto il proprio supporto alle attività odierne nell’ambito dell’iniziativa “Partnership for Growth”, un programma volto a promuovere un maggior dinamismo economico in Italia.

Il programma si articola in quattro grandi aree d’attività, che io amo chiamare “pilastri”:

  • il primo promuove una maggiore collaborazione tra Università ed impresa per incrementare il trasferimento tecnologico e la creazione di nuove imprese.
  • Il secondo si occupa dello sviluppo dei vari strumenti finanziari, in particolare del mercato dei capitali di rischio.
  • Il terzo ha lo scopo di favorire una maggiore tutela dei diritti di proprietà intellettuale ed industriale per incoraggiare l’innovazione.
  • Infine, il quarto pilastro identifica modalità e programmi, nonché partners, allo scopo di inserire promettenti giovani imprenditori italiani nelle maggiori imprese americane caratterizzate da un alto tasso di crescita attraverso stage semestrali.

E’ senza dubbio interesse degli Stati Uniti assistere ad una crescita dell’economia italiana. Non soltanto perché vogliamo sempre aumentare gli scambi commerciali bilaterali, ma anche perchè un’economia italiana più sana e dinamica permetterebbe di continuare la collaborazione, per migliorare la situazione politica ed economica a livello globale.

L’Italia è un partner importante degli Stati Uniti. E’ anche un alleato nella NATO, nel G8, nel Gruppo di Contatto sui Balcani, e – dall’anno prossimo – nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il ruolo che l’Italia ricopre nel contesto mondiale è estremamente importante per noi, come lo è il suo contributo alla sicurezza globale.

Gli Stati Uniti sono grati all’Italia per la sua leadership a livello internazionale, e réputano che una maggiore crescita economica fornirebbe al paese gli strumenti, le risorse e sopratutto l’ottimismo ed il dinamismo necessari per poter continuare a svolgere questo suo ruolo di leadership.

Ci soffermiamo oggi sul secondo pilastro della “Partnership for Growth”, orientato verso la creazione di mercati finanziari più vasti e stabili.

Prima di diventare Ambasciatore in Italia, ho lavorato per più di trent’anni nel mondo della finanza e, nel 1993, sono stato il co-fondatore della Freeman-Spogli, un’azienda di private equity basata a Los Angeles e New York. Come investitore, sono stato membro del Consiglio di Amministrazione di oltre venti società, ed ho potuto quindi constatare in prima persona come gli investimenti di private equity possano fornire alle aziende gli strumenti manageriali, finanziari e tecnici necessari per competere ed essere vincenti sul mercato globale. Tutto ciò porta benefici alle aziende, ai loro managers ed impiegati, alle comunità in cui operano e, naturalmente, a coloro che investono nelle aziende stesse.

A questo proposito devo fare una dichiarazione: non ho alcun interesse economico personale in nessuna delle attuali o future attività di private equity in Italia. La legislazione americana in materia di conflitto d’interessi è molto chiara su questo punto. Ma ho delle ragioni del cuore. Un’Italia globalmente competitiva riuscirà a conservare gli aspetti più amati ed ammirati della sua cultura. I saggi investitori vedranno la cultura italiana come un bene a cui dare il massimo risalto.

Vorrei ora chiarire la definizione di un termine assai importante che è al centro della nostra conferenza odierna. Il termine “private equity” è infatti definito in modo diverso in Europa rispetto agli Stati Uniti.

In Europa, il private equity abbraccia una vasta gamma di forme d’investimento alternative quali il capitale di rischio, gli investimenti turnaround e l’acquisizione di altre aziende. Negli Stati Uniti, invece, il termine private equity è usato esclusivamente per descrivere il tipo di investimento che prevede l’acquisizione di altre aziende. Gli investimenti di private equity sono tipicamente diretti ad aziende di piccole, medie e grandi dimensioni già esistenti e che possono o non possono essere quotati in borsa. Negli Stati Uniti facciamo una distinzione fra private equity e venture capital, termine che indica, invece, investimenti in un’azienda durante le fasi iniziali del suo sviluppo. La chiave per un investimento di private equity destinato al successo è riuscire ad identificare aziende che non hanno ancora raggiunto il loro completo potenziale. Per farla breve, quando parliamo di investimenti di private equity, ci riferiamo oggi ad investimenti in un’azienda solida in cui esistono prospettive di espansione e crescita per migliorare l’impresa. Come ho già detto, ritengo che questo tipo di investimento possa portare benefici a tutte le parti interessate.

Forse alcuni di voi si stanno chiedendo “Perché l’Italia? Perché ora?” Forse altri già sanno la risposta.

L’Italia è la sesta più grande economia di mercato, con un PIL nel 2005 pari a mille settecento miliardi di dollari. Eppure, come qui dimostrato, la capitalizzazione del mercato in percentuale del PIL è di gran lunga inferiore rispetto alle grandi economie europee. In altre parole, molte delle aziende che contribuiscono a creare il PIL italiano non sono quotate, e sono invece a capitale privato. Questo è proprio il terreno fertile per il private equity. Ma questa non è l’unica notizia positiva. Il rapido consolidarsi dei mercati azionari europei sta rendendo i mercati più ampi, più solidi ed in possesso di maggiore liquidità. Questa situazione potrà attrarre lungimiranti investitori in private equity offrendo loro una più solida strategia di uscita per i loro investimenti nel giro di quattro o cinque anni.

Qui viene illustrata un’altra dimostrazione del perché gli investitori americani dovrebbero vedere potenzialità in Italia. Come percentuale del PIL, gli investimenti italiani di private equity sono indietro rispetto ai loro pari. In confronto agli altri paesi europei, l’Italia non ha prontamente adottato il sistema del private equity come mezzo per aiutare le aziende e l’economia a crescere. Secondo l’AIFI, l’Associazione Italiana di Private Equity e Venture Capital (capitale di rischio), le 75 transazioni di private equity avvenute in Italia nel 2005 hanno raggiunto un valore complessivo pari a 2,4 miliardi di euro. Questa cifra rappresenta soltanto il 7% del valore di tutte le transazioni di private equity avvenute in Europa lo scorso anno.

Nel suo insieme, ciò che abbiamo visto finora mi dice che in Italia ci sono molte aziende che generano una considerevole attività economica, ma che sono probabilmente troppo piccole per essere quotate in borsa. Sappiamo che molte delle aziende italiane si trovano nel bel mezzo di un passaggio generazionale. La generazione che ha ricostruito l’economia italiana durante il “miracolo economico” del dopo guerra, sta passando il testimone alla generazione successiva. Possiamo supporre che, man mano che questo processo si verifica, alcuni esponenti della nuova generazione sono assenti o inadatti a prendere in mano le redini della situazione. Forse alcuni hanno altri interessi o non sono animati dallo stesso “sacro fuoco”dei loro predecessori. Per questi riluttanti eredi dell’azienda di famiglia, il private equity può offrire un attraente alternativa.

Tornando di nuovo alle mie esperienze nel settore del private equity, noi abbiamo investito in molte aziende che erano possedute e gestite a livello familiare. Il proprietario di una di queste imprese aveva raggiunto una fase della sua vita nella quale non voleva accollarsi il rischio di far crescere ulteriormente la sua impresa, che si collocava comodamente al quarto posto nel suo settore d’attività. Nel momento in cui siamo intervenuti nel capitale dell’azienda, abbiamo rimodulato le retribuzioni dei 50 impiegati più importanti dell’azienda in modo tale da dar loro la possibilità di acquistare azioni. Abbiamo investito nell’impresa con l’obiettivo di crescere al punto di competere con la società leader del settore.

È stato straordinario vedere come il senior management fosse stato stimolato positivamente in seguito all’acquisto di una quota azionaria. La trasformazione da impiegati ad azionisti ha incoraggiato il talento creativo ed il potenziale del top management. Otto anni dopo, quando raggiungemmo i nostri obiettivi aziendali e quotammo la società in borsa, i 50 impiegati ricevettero una remunerazione rilevante. E non si è trattato di un’episodio isolato. È accaduto centinaia, se non migliaia di volte, e continua a verificarsi con notevole frequenza.

Ancora una volta la mia esperienza personale mi ha insegnato che, per quanto buoni siano stati i risultati conseguiti dall’azienda prima della nostra partecipazione al capitale, nel momento in cui al top management veniva offerta l’opportunità di investire nel capitale, il rendimento dell’azienda subiva invariabilmente un incremento notevole, raggiungendo delle volte livelli eclatanti.

Nel suo discorso, Tony James indicherà anche l’importanza di motivare il management permettendogli di collegare i loro proventi ai risultati dell’azienda. Inoltre, vorrei menzionare uno studio condotto dall’ INSEAD, la Scuola di Finanza Internazionale francese, che, molto provocativamente, è stato intitolato “Why Private Equity Buyers Do It Better?” Secondo tale studio, un fattore chiave per realizzare al meglio gli investimenti di private equity consiste proprio in una gestione intelligente del sistema d’incentivazione per il management. Ma ciò che mi colpisce maggiormente è il fatto che questa ricerca si è basata sui dati relativi a 101 transazioni di private equity effettuate in Italia tra il 1988 ed il 2000.

I risultati dello studio condotto dall’INSEAD dimostra come il private equity possa funzionare bene in Italia, ed in realtà già funziona. Credo che gli investimenti di private equity in Italia non decollino a causa di una errata concezione del ruolo degli investitori di private equity e di come essi operano sul mercato. E’ necessario portare all’attenzione degli investitori italiani che gli interessi degli investitori di private equity americani vanno al di là della mera conclusione di un’operazione finanziaria, e che tali investitori non sono “predatori” determinati a disgregare le aziende per trarre profitto dalla vendita di beni. Come dirà tra breve Tony James nella sua presentazione, il private equity giova agli investitori, agli imprenditori, al personale dell’azienda ed all’economia in generale.

Un commento che ho avuto modo di sentire più volte è che “gli investimenti di private equity sarebbero fantastici, ma la maggioranza delle aziende italiane sono troppo piccolo”. Questo non corrisponde assolutamente a verità. Secondo l’Associazione Italiana di Private Equity e Venture Capital, nel corso del 2005 il valore medio delle 75 acquisizioni di pacchetti azionari avvenute in Italia era pari a 32 milioni di euro. Questa cifra è abbastanza per attirare l’attenzione degli investiori di private equity americani. Negli Stati Uniti, le aziende che rilevano altre aziende si concentrano su diversi segmenti dell’ampio spettro del mercato. Alcuni si orientano verso prezzi d’acquisto inferiori ai 10 milioni di euro; altri si rivolgono ad operazioni che si aggirano intorno a decine di miliardi di euro. Dobbiamo impegnarci affinchè le aziende italiane prendano coscienza di ció, incoraggiarle a rivolgersi al private equity per acquisire un’esperienza manageriale e finanziaria personalizzata che aiuti l’azienda a crescere e a svilupparsi di generazione in generazione.

Un altro concetto errato che ho riscontrato in Italia a questo proposito è che gli imprenditori temono che gli investitori di private equity li portino a perdere il controllo della loro azienda. E’ certamente una preoccupazione concepibile, visto che molti degli imprenditori hanno impiegato anni per costruire le loro imprese.

Ora voi non dovete considerare il private equity come un mezzo per mantenere le cose come stanno ma bensì per aumentare il valore dell’azienda, sfuggendo alle attuali limitazioni con rinvigorita esperienza, capacità manageriali e finanziamenti. Quindi, in seguito al processo di acquisizione da parte di un’altra azienda, il fondatore dell’azienda in questione avrà molto più controllo su di essa, in quanto disporrà di maggiori strumenti per la sua gestione.

Detto questo, la mia esperienza mi ha dimostrato che i timori inerenti alla perdita di controllo delle aziende sono eccessivi. E’ necessaria un’enorme dose di buona volontà da parte del personale e dei clienti affinché il fondatore dell’azienda rimanga coinvolto in essa a tutti gli effetti. Molti investitori assicurano che ciò accada acquistando una partecipazione di maggioranza nell’azienda, offrendo al management l’opportunità di diventare comproprietari, e lasciando il fondatore in una condizione di proprietà significativa, anche se di minoranza.

Come in tutti i grandi eventi della vita, la trasformazione di un’azienda, che rappresenta il lavoro ed il risultato di una vita, puó essere traumatico, ed è assolutamente normale che vi sia una certa riluttanza da parte dei potenziali venditori a procedere in questo senso.

Proprio come in un matrimonio, quando un’azienda ne acquista un’altra, è necessario che ambedue conoscano meglio la storia, gli obiettivi ed il modus operandi l’una dell’altra. Man mano che la conoscienza viene approfondita, i vantaggi sono evidenti. Innanzitutto, una transazione di private equity è in grado di offrire la possibilità di divenire comproprietari al fine di trattenere e motivare il personale chiave tramite incentivi sino ad allora inaccessibili.

In secondo luogo, il partner che ha effettuato l’acquisto e che ha una giusta visione dell’azienda, investirà in maniera intelligente e lungimirante affinchè questa cresca e si espanda. Questo è qualcosa che l’imprenditore contrario al rischio non è disposto a fare, specialmente quando non è più in giovane età. Infine, un’azienda acquirente di qualità possiede buoni strateghi che possono aiutare moltissimo a migliorare le prospettive a lungo termine, concentrandosi su opportunità quali tendenze emergenti, best practices ed acquisizioni appropriate.

A parte quindi le erronee concezioni sopra menzionate, esistono altri ostacoli sostanziali per gli investitori americani che si rivolgono al mercato italiano. La tristemente famosa burocrazia del governo italiano e l’alto costo della mano d’opera scoraggia qualsiasi potenziale investitore. Le procedure di contabilità sono qualcosa di poco familiare e di arcano. Le misure adottate per ridurre la responsabilità fiscale possono inavvertitamente creare sufficiente confusione in merito alla condizione finanziaria di un’azienda da scoraggiare potenziali investitori. E per concludere, il clima politico è incerto per un osservatore esterno, e gli investitori hanno bisogno di procedure che siano agevolate dalla politica, prevedibili e coerenti.

Attualmente i dirigenti italiani esprimono affermazioni che siamo lieti di sentire in merito alla necessità di crescita. Vi sono aziende italiane che sono in possesso della giusta combinazione di qualità del prodotto, dimensione e valore, che le rendono target ideali per investimenti di private equity.

In breve, io sono fermamente convinto che gli investimenti di private equity possano giocare un ruolo fondamentale nell’offire alle aziende italiane già ben posizionate sul mercato gli strumenti finanziari e gestionali necessari per superare le limitazioni a cui attualmente sono sottoposte. Dal punto di vista di un diplomatico, il private equity può agevolare la crescita economica in un importante paese alleato, e permettergli quindi di continuare a svolgere un ruolo primario nel promuovere i nostri comuni obiettivi nel contesto mondiale.

Vi ringrazio per la vostra attenzione, e passo la parola al Dott. Roberto Tomei di Advanced Capital.

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