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   Middle East
    

TRADUZIONE INFORMALE, DA NON CONSIDERARE COME TESTO UFFICIALE

Aiutare i palestinesi a costruire un futuro migliore, 11 ottobre 2006

Segretario Condoleezza Rice
Discorso di apertura alla festa inaugurale dell’American Task Force on Palestine
Washington
11 ottobre 2006

Grazie mille. Grazie. Vorrei ringraziare innanzitutto Ziad Asali per la sua meravigliosa introduzione. Ma soprattutto vorrei ringraziare voi per la vostra capacità di leadership e per il vostro impegno in favore di questa importantissima causa, e per l’amicizia e i consigli che mi offrite nella mia qualità di segretario di Stato. Grazie mille per tutto quello che fate.

Ora, prima di proseguire, permettetemi di augurare Ramadan Karim a tutti voi che siete qui stasera, e ai milioni di musulmani in America e in tutto il mondo che in questo momento stanno celebrando il mese sacro del Ramadan.

Sono onorata che si siano uniti a noi stasera i senatori Carl Levin e John Sununu, insieme a molti rappresentanti del corpo diplomatico. In particolare, vorrei ringraziare e dare il benvenuto all’ambasciatore saudita principe Turki al-Faysal. E so che più tardi farete delle osservazioni. Grazie mille.

Infine, lasciate che mi congratuli con gli illustri esponenti della comunità palestinese-americana che ci onorano con la loro presenza questa sera: il governatore John Sununu, un mio caro amico di vecchia data, Jesse Aweida e il professore Mujid Kazini. Questi tre individui ci ricordano del grande contributo che i palestinesi-americani offrono alla nostra nazione, un apporto non solo alla diversità del nostro Paese, ma anche al suo carattere. Io applaudo l’American Task Force on Palestine per aver messo in luce il successo dei palestinesi-americani e per il costante sostegno da essa offerto a tutti coloro che lavorano per la pace in Medio Oriente.

Io, come immagino molti di voi sapranno, la scorsa settimana mi sono recata nella regione, per un giro di consultazioni ad ampio raggio con i molti nostri amici e alleati. E sono felice di avere questa opportunità di condividere con voi le mie sensazioni sulla situazione attuale in Medio Oriente, in particolare riguardo alla questione israelo-palestinese.

Stiamo vivendo, senza dubbio, in un periodo difficile e impegnativo, e so che gli ultimi mesi sono stati particolarmente duri. In molte zone della regione – dal Libano all’Iraq, ai territori palestinesi a Israele – le immagini di violenza, le storie di sofferenza, la morte di persone innocenti sono cose difficili da sopportare per noi. Lo sono per me e so che lo sono per voi.

Ma lasciate anche che vi dica che è in periodi difficili come questi che coloro che meritano il nostro sostegno nel Medio Oriente devono dar prova di più coraggio e più perseveranza. È mia convinzione, ed è anche la convinzione del presidente Bush, che quando vediamo le recenti azioni dei radicali di Hamas e di Hezbollah, o la violenza dei terroristi e delle milizie in Iraq, o le politiche di governi come la Siria o l’Iran, stiamo assistendo a una campagna di estremismo, un estremismo che non i tutti i casi è frutto di una pianificazione comune, ma che condivide un comune scopo: vanificare la promessa di un Medio Oriente di speranza, dove sicurezza, libertà e opportunità siano in grado di espandersi liberamente.

Se vogliamo che la pace e la dignità prevalgano nella regione, allora è assolutamente essenziale che i leader possano esporre, che i leader moderati possano esporre le loro idee e i loro principi, e che la loro visione per il futuro possa offre un’alternativa migliore della violenza e del terrorismo. È per questo che il presidente Bush mi ha chiesto di recarmi in Medio Oriente la scorsa settimana: per conferire con le voci moderate, con i governi arabi moderati e con i leader moderati, per costruire il sostegno a quelle persone che si stanno impegnando e che hanno bisogno, ora più che mai, del nostro aiuto; leader come il primo ministro Siniora in Libano, il primo ministro Maliki in Iraq e soprattutto, naturalmente, il presidente Abbas nei Territori Palestinesi, che abbiamo appena ascoltato.

Il mese scorso, parlando di fronte all’Assemblea generale dell’Onu, il presidente Bush ha ribadito la sua profonda convinzione che il popolo palestinese meriti una vita migliore, una vita radicata nella libertà e nella democrazia, non inquinata da violenza e terrorismo, senza il fardello della corruzione e del malgoverno e libera per sempre dall’umiliazione quotidiana dell’occupazione. È sulla base di questa convinzione che il presidente Bush, nel giugno del 2002, è diventato il primo presidente americano a fissare come obbiettivo politico la creazione di uno Stato palestinese dotato di integrità territoriale e autosufficiente, in grado di vivere fianco a fianco con Israele in pace e in sicurezza, un evento che rafforzerebbe concretamente la pace e la sicurezza non solo della regione, ma anche la pace e la sicurezza di noi tutti.

In quell’occasione, il presidente Bush si impegnò nei confronti dei palestinesi dicendo che se avessero fatto passi avanti sulla strada della costruzione di uno Stato pacifico e responsabile, gli Stati Uniti sarebbero stati il loro massimo sostenitore in questo sforzo. Oggi, stiamo facendo il possibile per mantenere la nostra promessa.

Come prima cosa, vogliamo aiutare i palestinesi a gettare le basi politiche di uno Stato efficace. Abbiamo sostenuto le libere elezioni del gennaio 2005, in cui milioni di palestinesi hanno eletto Mahmud Abbas come loro presidente. Nei giorni e nei mesi che sono seguiti, abbiamo lavorato per sostenere il suo governo nel lungo e difficile processo di costruzione di istituzioni democratiche efficaci. Quando è stato il momento delle elezioni parlamentari, all’inizio di quest’anno, abbiamo ancora una volta sostenuto il diritto dei palestinesi a scegliere i loro leader, e, come sapete, una maggioranza degli elettori ha dato il proprio voto a Hamas.

All’epoca, qualcuno ha criticato il nostro sostegno al processo elettorale. E molti sono critici ancora adesso. Ma io voglio chiedere a tutti: “Esiste un modo migliore per consentire alle persone di esprimere la propria opinione, di avere un ruolo nella scelta delle persone che le governeranno?”. E ora guardate come stanno cambiando le cose. Per decenni, Hamas è rimasto nell’ombra, potendo disporre a piacimento del potere di tenere in ostaggio il futuro di tutti i palestinesi, senza mai dover rispondere delle sue azioni. Oggi, invece, il popolo palestinese e la comunità internazionale possono chiamare Hamas a rendere conto del suo operato. E Hamas si trova adesso di fronte a una scelta difficile, che ha sempre cercato di evitare: o essere un partito politico pacifico o essere un gruppo terroristico violento, ma essere entrambi non è possibile.

Tutti i membri del Quartetto – gli Stati Uniti, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e la Russia – sono saldamente convinti che un partner palestinese per la pace debba accettare tre principi: ripudiare il terrore e la violenza, riconoscere il diritto all’esistenza di Israele e accettare tutti i precedenti accordi tra le parti, inclusa la Roadmap, che è l’unico accordo di massima per arrivare alla creazione di uno Stato palestinese sul quale esista un consenso internazionale. Al tempo stesso, diamo il nostro pieno sostegno al presidente Abbas e al numero sempre crescente di suoi concittadini che stanno facendo pressione su Hamas perché metta al primo posto gli interessi dei popolo palestinese, rinunciando al suo programma di rifiuto.

Noi rappresentanti della comunità internazionale siamo consapevoli che gli ultimi mesi sono stati molto difficili per il popolo palestinese. Sappiamo che le condizioni di vita si sono deteriorate, e che molti hanno bisogno di assistenza.

Per questo motivo, stiamo lavorando per garantire che i palestinesi ricevano il cibo e le medicine e gli aiuti umanitari di cui hanno così disperatamente bisogno. È per questo che gli Stati Uniti hanno recentemente incrementato la cifra dell’assistenza diretta ai palestinesi, portandola a 468 milioni di dollari all’anno, soldi in gran parte destinati a garantire i bisogni di base. Abbiamo inoltre lavorato con i nostri partner stranieri per creare un meccanismo temporaneo che faccia arrivare gli aiuti internazionali direttamente al popolo palestinese. Insieme ai nostri alleati europei, stiamo allargando questo meccanismo trasformandolo in un nuovo programma di aiuti internazionali per alleviare le sofferenze dei palestinesi più vulnerabili.

Come seconda cosa, vogliamo aiutare il popolo palestinese a gettare le basi economiche di uno Stato efficace. I palestinesi sono uno fra i popoli più dotati, più istruiti e più laboriosi di tutto il Medio Oriente. Quello di cui hanno bisogno più di ogni altra cosa sono opportunità per arricchirsi. E lo scorso novembre ho lavorato personalmente insieme alle parti in causa per creare un’opportunità: un Accordo per il movimento e l’accesso, per aiutare i palestinesi a spostarsi più liberamente e a far arrivare le loro merci sul mercato. È importante continuare a lavorare affinché palestinesi e israeliani possano tradurre in pratica questo accordo.

Infine, vogliamo aiutare i palestinesi a creare quell’ambiente di sicurezza e legalità necessario per uno Stato efficace. Nel suo discorso alle Nazioni unite, il mese scorso, il presidente Bush mi ha incaricato specificamente di aiutare i palestinesi da questo punto di vista, e questo era uno degli obbiettivi fondamentali della mia recente visita. Insieme al tenente generale Keith Dayton, che sta guidando i nostri sforzi per aiutare i palestinesi a riformare i loro servizi di sicurezza, ho parlato con il presidente Abbas riguardo al modo per aiutarlo ad arginare la violenza a Gaza e in Cisgiordania. E stiamo lavorando a una nuova iniziativa insieme a Paesi alleati come l’Egitto, la Giordania e l’Unione Europea.

Sono consapevole che i persistenti problemi di sicurezza sono un grave problema per molti palestinesi-americani che vivono a Gaza e in Cisgiordania, e per tantissimi altri, compresi molti di voi, che si recano spesso laggiù, lavorando per una maggiore tolleranza e comprensione, e investendo tempo, competenze e anche capitali nei territori palestinesi. Gente come voi ha un ruolo vitale da svolgere nel Medio Oriente, e io continuerò a fare tutto quanto in mio potere per sostenere il vostro lavoro e per garantire che tutti i viaggiatori americani ricevano un trattamento equo e giusto.

Vedete, signore e signori, il nostro governo non è in grado, con le sue sole forze, di vincere la sfida che attualmente ci troviamo di fronte in Medio Oriente. Per dare maggior potere agli uomini e alle donne moderati nei territori palestinesi e in tutta la regione, per aiutarli a costruire vite di pace e di dignità, il nostro governo ha bisogno del sostegno di partner privati, delle nostre imprese, delle nostre università, delle nostre organizzazioni non governative e dei nostri concittadini come voi.

Recentemente, il presidente Bush ha formato un partenariato con i leader di quattro importanti società americane per sostenere il governo e il popolo del Libano. Una delegazione presidenziale si è recata il mese scorso a Beirut. E il Dipartimento di Stato e la comunità imprenditoriale americana stanno raccogliendo insieme milioni di dollari per nuovi aiuti e nuovi investimenti, che aiuteranno i libanesi a ricostruire il loro Paese e a rivitalizzare la loro economia.

Questa collaborazione può, e deve, diventare un modello per i nostri sforzi a sostegno del popolo palestinese e del governo del presidente Abbas. Dobbiamo quindi mobilitare tutte le energie della comunità palestinese-americana. Dobbiamo trovare nuove e più efficaci strade per realizzare la nostra visione comune di due Stati, Palestina e Israele, che vivono fianco a fianco in pace e in sicurezza. E dobbiamo concentrare i nostri sforzi per rafforzare e sostenere gli uomini e le donne moderati in tutta la regione, che desiderano semplicemente pace, sviluppo e dignità.

So che a volte uno Stato palestinese che viva fianco a fianco e in pace con Israele deve apparire un sogno lontanissimo. Ma so anche, come studente di storia internazionale, che ci sono molte cose che una volta sembravano impossibili e che, una volta successe, sono sembrate semplicemente inevitabili. La scorsa estate ho letto le biografie dei Padri fondatori dell’America. Secondo ogni logica, l’America, gli Stati Uniti d’America, non sarebbero mai dovuti nascere. non saremmo mai potuti sopravvivere alla guerra civile. Io non avrei mai potuto crescere nella città di Birmingham, in Alabama, dove vigeva la segregazione, e finire col diventare segretario di Stato degli Stati Uniti d’America.

Eppure, ripetutamente, in Europa o in Asia o anche in alcune parti dell’Africa, Stati che nessuno avrebbe pensato potessero mai nascere, e certamente non per via pacifica e democratica, sono nati. E riguardando indietro, ci chiediamo perché qualcuno potesse aver pensato che non fosse possibile.

Conosco l’impegno del popolo palestinese per ottenere un futuro migliore. Conosco per esperienza diretta la dedizione del presidente Abbas e dei palestinesi moderati a questo obbiettivo. E conosco l’impegno delle persone presenti in questa stanza e dell’American Task Force on Palestine perché un giorno possa nascere veramente uno Stato palestinese che viva fianco a fianco e in pace con Israele.

Posso dirvi soltanto che anch’io sento una dedizione personale per il raggiungimento di questo obbiettivo, perché credo che l’eredità più grande che possa lasciare l’America sia contribuire a far nascere uno Stato palestinese per un popolo che ha sofferto per tanto tempo, che è stato umiliato per tanto tempo, che per tanto tempo non ha potuto sviluppare le proprie potenzialità e che ha così tanto da offrire alla comunità internazionale e a tutti noi. Vi prometto il mio personale impegno per il raggiungimento di questo obbiettivo.

Grazie mille.

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