Presentazione dell’Ambasciatore Ronald P. Spogli
“Le Associazioni di Private Equity e Venture Capital in Italia ”
Venezia, Conferenza AIFI
23 settembre 2006
Desidero innanzi tutto ringraziare il Prof. Giampio Bracchi, Presidente dell’AIFI, e la Dott.ssa Anna Gervasoni, Direttore Esecutivo dell’AIFI, per avermi dato l’occasione di discutere le opportunità ed i vantaggi che potrebbero derivare all’Italia dal modello Americano di venture capital.
Sono molto lieto che Giorgio Benvenuto, Presidente della Commissione Finanze del Senato, l’On. Massimo Tononi, Sottosegretario all’Economia ed alle Finanze, e l’On. Mauro Agostini, Sottosegretario al Commercio Internazionale, abbiano potuto unirsi a noi oggi in quest’importante evento.
È un grande piacere per me partecipare alla conferenza biannuale dell’AIFI. Nell’ambito della nostra iniziativa “Partnership for Growth”, che tradurremo come Partenariato per la Crescita, la nostra Ambasciata promuove il private equity e il venture capital che considera elementi fondamentali per allargare e rafforzare il mercato del capitale di rischio in Italia.
Lo scorso aprile ho lanciato il progetto della Partnership for Growth all’assemblea della Confidustria a Roma. Questa iniziativa ha l’intento di conferire maggiore dinamismo all’economia italiana attraverso lo scambio con l’esperienza Americana in quattro aree specifiche:
una maggiore commercializzazione della ricerca, l’allargamento ed il rafforzamento del mercato del capitale di rischio, la garanzia del profitto agli innovatori con un forte regime di protezione della proprietà intellettuale, e l’inserimento di promettenti giovani imprenditori italiani presso le maggiori aziende americane per stage semestrali.
Prima di ricoprire la carica di Ambasciatore in Italia, ho svolto la mia attività per più di 30 anni nel mondo della finanza, e nel 1983 ho fondato la Freeman-Spogli, una società di private equity con sede a Los Angeles e New York. In qualità di investitore, ho finanziato più di 100 imprese, ed ho fatto parte dei consigli d’amministrazione di oltre 20 società.
Dico questo non per vantarmi, ma soprattutto per sottolineare che ho avuto modo di osservare da vicino come gli investimenti di private equity possano fornire alle aziende gli strumenti gestionali, finanziari e strategici necessari per la crescita delle imprese, facendo in modo che società stesse, il personale ed ovviamente gli investitori ne traggano il dovuto beneficio. Senza esagerare, spesso ho visto come il “private equity” ha la capacità di completamente trasformare l’azienda e renderla più competitiva, creando posti di lavoro di ottima qualità.
Nell’ambito della Partnership for Growth, ho avuto il piacere di ospitare il Prof. Bracchi e la Dott.ssa Gervasoni nella mia residenza a Roma lo scorso 20 giugno, insieme ad altri cinquanta esperti statunitensi ed italiani nel settore di private equity.
Nel corso dell’evento, sponsorizzato dalla NIAF., National Italian American Foundation, abbiamo esaminato le opportunità e le difficoltà incontrate in Italia dai grandi investitori Americani che operano nel settore del private equity.
In particolar modo ci siamo soffermati sul ruolo fondamentale che il private equity può giocare nella gestione del cambio generazionale all’interno delle società e della sempre maggiore concorrenza globale nella loro mercati di “nicchia”.
Il prossimo 14 novembre, la NIAF e l’American Chamber of Commerce terranno una sessione informativa per i dirigenti di centinaia di imprese italiane di media dimensione. La sessione avrà luogo presso la Borsa di Milano, e fornirà dimostrazioni pratiche su come il sistema di private equity potrebbe giovare alle compagnie italiane.
Sebbene il concetto di private equity sia incentrato sulle società gia esistenti per il raggiungimento delle piene potenzialità, vorrei parlare oggi di altri strumenti chiave che hanno determinato la crescita economica Americana, e cioè gli equity investments attraverso varie forme di venture capital.
GRAFICO no. 1: Le forme di capitale di rischio.
Questo grafico indica quando questi fondi entrano nel ciclo vitale di una nuova società. Il seed capital accompagna la fase di avvio di impresa, la primissima fase dell’investimento, spesso sulla base di un business plan o piano finanziario; viene creato un record di coloro che hanno iniziato l’operazione e/o della loro ricerca pre-esistente.
Più tradizionalmente, il vero venture capital interviene più tardi, dopo che la società ha un prototipo o forse ha anche cominciato a produrre e vendere i suoi prodotti o servizi e si è creata una certa clientela, ma ha bisogno del capitale e della guida di società di venture capital con più esperienza per crescere rapidamente e raggiungere il suo potenziale massimo.
PAUSE
Gli Stati Uniti devono il loro dinamismo economico alle molteplici compagnie che vengono create giornalmente e si sviluppano con grande rapidità. I tassi di crescita della produttività, dell’occupazione e del prodotto interno lordo negli Stati Uniti normalmente sono superiori a quelli europei.
Mentre le grandi imprese costituiscono la struttura portante della nostra economia, le nostre grandi imprese consolidate su ambedue i versanti dell’Atlantico vivono una fase in cui perdono posti di lavoro. Le nuove società a rapida crescita sono le barche a vela che sanno meglio trarre vantaggio dai venti della crescita.
Infatti, il gap economico tra gli Stati Uniti e l’Europa riflette la differenza nella creazione di nuove imprese con alte potenzialità di crescita. Negli Stati Uniti, in termini di produttività, il tasso di crescita del più alto quartile delle imprese cresce molto più rapidamente che nelle imprese meno produttive.
Grafico no. 2: La Fase Iniziale dell’Investimento
Non è mia intenzione dilungarmi su temi affrontanti già da altri nel corso della conferenza, ma il livello degli investimenti nel settore venture capital qui in Italia è assolutamente inferiore rispetto agli altri paesi europei occidentale, ed ancora di più rispetto agli Stati Uniti, Canada ed Israele. Io personalmente considero questo fattore come una grande opportunità per l’Italia. Infatti, se dovessi dare inizio ad una carriera d’investimenti qui in Italia, mi orienterei verso le opportunità nel campo del venture capital nei settori della biologia, dell’informatica, della comunicazione, e delle tecnologie nel campo dell’energia.
A questo proposito devo fare una dichiarazione:
non ho alcun interesse economico personale in nessuna delle attuali o future attività di venture capital in Italia. La legislazione americana in materia di conflitto d’interessi è molto chiara su questo punto.
Mentre sto analizzando il settore del venture capital in Italia nella mia veste d’investitore ed esperto del settore, mi attengo strettamente al mio ruolo di uomo di stato e di rappresentante ufficiale del mio paese in Italia.
Osservando l’evoluzione del venture financing negli Stati Uniti ci aiuterà ad identificare potenziali strategie per creare attività di venture capital in Italia.
Il leggendario ideatore di una delle compagnie di maggiore successo della Silicon Valley ha detto una volta: “Mai investire a più di 45 minuti di macchina dal tuo ufficio”.
Per decenni questo ha significato che gli investitori di venture capital della Silicon Valley, cosiddetti VC hanno intrapreso i loro investimenti solo nella Silicon Valley, affinché potessero avere incontri frequenti con i dirigenti delle compagnie nelle quali avevano investito, e seguire con attenzione i loro interessi.
Questo assioma si sta modificando, ed alcune delle VC di maggior successo della Silicon Valley stanno aprendo uffici in India ed in Cina.
Il denaro rappresenta una piccola parte di ciò che i VC possono fornire ad una compagnia nella fase d’avvio d’impresa.
Il modello di un VC di Silicon Valley di grande successo consiste nella ricerca di settori del mercato potenzialmente redditizi, prima che qualcun altro lo faccia, per poi investire immediatamente dopo la formazione della compagnia. Il VC diventa quindi attivo a livello direttivo e partecipa alla messa a punto di una strategia ed all’assunzione del personale amministrativo;
si mette alla ricerca di quelle societa’ che forniscono prodotti necessari e non meramente voluttuari; concentra la sua attenzione su un prodotto che sostanzialmente si differenzia da altri prodotti similari, e su una societa’ che abbia titolarità della tecnologia che intende impiegare; l’ultima fase è la ricerca di uno staff amministrativo motivato e che lavori alacremente.
Poiché i VC lavorano a stretto contatto con le società in cui investono e preferiscono investire in società nelle vicinanze, gli investimenti di venture capital sono comprensibilmente concentrati in un’area geografica piuttosto limitata.
Nel 2005, i VC hanno investito 21,7 miliardi di dollari negli Stati Uniti; solamente due stati, la California ed il Massachusetts, hanno ricevuto il 50 percento di tale investimento, mentre 40 stati hanno ricevuto complessivamente circa il 20 percento.
La stessa concentrazione di venture capital potrebbe verificarsi anche con VC che operassero nel mercato italiano: vale a dire, gli investimenti di venture capital rimarrebbero concentrati nell’area geografica in cui I VC hanno la loro base di lavoro in Italia.
A mio avviso, l’Italia dovrebbe semplicemente cercare di non contrastare questa tendenza naturale. Gli uffici responsabili per lo sviluppo regionale dovrebbero assicurare che il venture capital non venga disperso ovunque nel paese in modo da attirare investimenti verso una miriade di piccole aree.
Questo tipo di politica sarebbe altamente controproducente oltre che dannosa.
Le aree dove operano i VC, come la Silicon Valley e la Route 128 fuori Boston, mirano ad attirare nuove compagnie, ma non necessariamente limitano la mobilità di società già affermate. Vi sono moltissimi esempi di società già finanziate dai VC che hanno emigrato da dove si erano originariamente sviluppate:
Intel fu fondata a Santa Clara, in California, ma oggi ha più impiegati nell’Oregon che in California, e la sua espansione nell’Oregon si basa su fattori quali i costi, la competitività e la qualità della vita. La Microsoft fu fondata nel New Mexico, ed ora ha il suo centro operativo nella zona di Seattle.
Come tutti sappiamo, il venture capital è di per sé un’operazione ad alto rischio. Un assioma tra i VCs è: finanzia 20 e prega per 2, volendo dire con questo che gli investitori sperano che una tra le 10 operazioni effettuate abbia dei ritorni astronomici in modo da compensare i fallimenti iniziali o semplicemente i proventi mediocri dei 9 investimenti che rimangono.
Con una tale posta in gioco, gli investitori non possono competere con ulteriori obblighi di carattere politico o, direttamente o indirettamente legati alla politica.
Più semplicemente, è già difficile di per sé riuscire ad identificare investimenti con potenzialità di successo, gestirne la crescita e stabilire una strategia d’uscita anche senza interferenze o limitazioni imposte dalla politica. Questo è il motivo per cui i fondi di venture capital gestiti dal governo hanno realizzato risultati mediocri o irrilevanti.
Un rapporto della Commissione Europea del 2006 ha indicato che “L’esperienza ha inoltre riscontrato un basso livello generale di redditività dei fondi di capitali di rischio gestiti dallo Stato.”
Grafico no. 3: La Disponibilita’ del Venture Capital
Ma come attirare professionisti esperti del settore venture capital verso il mercato italiano?
Il venture capital ha avuto un calo significativo negli Stati Uniti ed in Europa in seguito al crollo della bolla speculativa legata ad internet nel 2000; tuttavia, sia negli Stati Uniti che nella maggior parte dei mercati europei, il venture capital è ritornato ai suoi livelli precedenti, tranne che in Italia.
Il miglior modo per dare nuovo impulso al mercato del venture capital in Italia è quello di attirare i maggiori VC e convincerli a far operare i loro fondi di venture capital qui, con partner italiani.
Grafico no. 4: Capitalizzazione & Numero di Societa’ Quotate su Scambi Europei
Vi saranno probabilmente solo poche dozzine d’investitori esperti con conoscenza dell’Italia, che abbiano interesse ad intraprendere la sfida di creare un fondo di venture capital di successo in Italia.
Dare inizio ad uno o più fondi di venture capital in Italia sarebbe un impegno gravoso, stimabile sulla media fra 5 e 7 anni per guidare e seguire le imprese fino alla fase della loro quotazione in borsa.
Per attirare le imprese di questo ristretto gruppo e convincerle ad intraprendere seriamente questa sfida si richiederebbe un fondo di almeno 150 milioni di Euro.
A questo punto devo fare appello all’unità nazionale, che prevalga sul carattere regionale. Uno o più fondi di 150 milioni di euro non sono la stessa cosa che una serie di fondi regionali separati di 15 milioni di euro ciascuno. Sfortunatamente, nel mondo del venture capital, ciò che è piccolo non è necessariamente bello.
Un investimento di 150 milioni di euro sarebbe relativamente limitato negli Stati Uniti, poiché i fondi assicurativi e pensionistici investono una significativa parte del loro portafoglio in investimenti cosidetti non convenzionali, come appunto il venture capital.
Un afflusso di capitali derivanti da fondi pensionistici ed assicurativi nel private equity è stato reso possibile in America da una legge redatta nel 1978, denominata ERISA (Employee Retirement Income Security Act), vale a dire un provvedimento di legge atto a proteggere il reddito pensionistico dell’impiegato, che ha permesso l’investimento dei beni pensionistici ed assicurativi in capitali non convenzionali, quali appunti il venture capital. Tale lungimirante provvedimento ha permesso di stanziare una parte dei fondi pensionistici in investimenti ad alto rischio, limitando la responsabilità di coloro che gestiscono i suddetti fondi.
Prima della messa in atto del suddetto provvedimento (ERISA), i fondi pensionistici ed assicurativi americani non venivano sostanzialmente investiti in capitali di rischio, come succede in Italia oggi.
Per effetto dei cambiamenti apportati dall’ERISA, oggi i fondi pensionistici ed assicurativi americani stanziano approssimativamente il 7% dei capitali in investimenti cosidetti non convenzionali, compresi il private equity ed il venture capital.
Alcuni investitori istituzionali, come per esempio il fondo pensioni dell’IBM, ha investito più del 20% in queste aree e, devo aggiungere, con grande successo Negli Stati Uniti, i fondi pensionistici ed assicurativi rappresentano miliardi di dollari investiti ogni anno in venture capital e sono effettivamente il combustibile che alimenta il motore dei nuovi investimenti.
Secondo uno studio dell’OCED (Org. per la Cooperazione & Sviluppo Economico), negli Stati Uniti, gli investitori istituzionali come i fondi pensionistici e le compagnie assicurative forniscono oggi l’80% di tutti i fondi di venture capital, che rappresenta una componente fondamentale di un portafoglio equilibrato ed aiuta a garantire ragionevoli profitti a lungo termine.
Sulla base della positiva esperienza statunitense, mi permetto di suggerire ai legislatori e dirigenti in materia di fondi pensionistici italiani di cominciare a trattare seriamente il ruolo appropriato del capitale di rischio, come il seed e venture capital, fra le scelte d’investimento e quindi nei portafogli dei fondi pensionistici ed assicurativi.
Durante lo scorso mese di giugno, abbiamo invitato Alan Hevesi, Controllore dello Stato di New York e Direttore del Fondo Pensioni dello Stato di New York, per un franco scambio d’opinioni con i funzionari italiani ed operatori del settore, in particolare sulla sua gestione di un fondo di 126 miliardi di dollari. Il Dott. Hevesi ha sottolineato in questo quadro, l’importanza vitale del venture capital e del private equity per il suo fondo pensionistico.
A questo proposito, l’Ambasciata Americana continuerà a cercare ed attuare simili opportunità per condividere l’esperienza Americana in questo settore.
Nel 1995, il 17% degli investimenti di venture capital americani erano nella fase iniziale, oggi rappresentano il 3% di tali investimenti, dove la lacuna lasciata dalle fasi pre-iniziale ed iniziale è stata colmata dagli angel investors.
Gli angels sono individui di un certo livello, generalmente imprenditori di successo con una profonda conoscenza a livello tecnico e di mercato nel campo delle loro speculazioni imprenditoriali.
Gli investimenti da parte degli angels in America sono aumentati a tal punto che, secondo una stima effettuata dal Centro Ricerche per gli Investimenti dell’Università del New Hampshire, 227,000 angels hanno investito individualmente 23 miliardi di dollari in operazioni finanziarie pari a 49,500, con una media degli investimenti oscillante tra 500,000 a 2 milioni di dollari.
Quindi, esiste in Italia un ruolo ed una collocazione per la figura americana dell’angel investor? A questo punto, io non sono in grado di rispondere su questo, ma vorrei proporre all’AIFI, in collaborazione con una delle maggiori università italiane, di sondare l’interesse su questo argomento da parte d’imprenditori italiani ad alto livello e con profonda esperienza in campo finanziario.
Infatti, questa modalità di investimento non si è sviluppata spontaneamente su larga scala in Italia. Forse le condizioni non sono ancora mature. Pur tuttavia, attraverso un’accurata ed attenta ricerca, potremmo capire meglio le opportunità e gli eventuali ostacoli che gli angels incontrano qui in Italia.
Se realmente esiste un certo interesse, e gli ostacoli non sono insuperabili, certamente potremmo lavorare insieme per portare rappresentanti della comunità americana degli angel investors qui in Italia per condividere la loro esperienza con potenziali angels italiani.
Vorrei ora ricapitolare brevemente alcuni dei punti chiave che abbiamo trattato oggi, e definire possibili strategie future.
Primo: L’Italia ha bisogno di un numero maggiore di imprese a crescita rapida per creare posti di lavoro e promuovere lo sviluppo economico.
Secondo: Il miglior modo per l’Italia per realizzare quest’obiettivo é di farlo tramite fondi di venture capital che siano di una dimensione appropriata, gestiti a livello privato, a scopo di lucro e senza limitazioni d’altro tipo.
Terzo: I fondi dovrebbero essere gestiti da individui la cui competenza sia riconosciuta e documentata a livello internazionale, con la presenza di partner italiani.
Quarto: I fondi pensione ed assicurativi dovrebbero rappresentare una fonte di tale capitale. L’Italia dovrebbe aprire un dibattito di portata nazionale sul tema del livello appropriato di capitale di rischio (come il venture capital) che i fondi pensione ed assicurativi dovrebbe contenere nei loro portafogli.
Proibire agli investitori istituzionali italiani di investire in nuovi tipi di speculazioni è ingiusto sia per quanto concerne l’economia italiana nella sua globalità, sia per i beneficiari dei fondi pensionistici che per i titolari di polizze assicurative.
Quinto: Sarebbe opportuno, a mio avviso, esplorare il concetto di angel investing con un gruppo selezionato di imprenditori italiani ad alto livello.
Qualora dovessimo riscontrare un livello ragionevole d’interesse, allora ci adopereremo per portare alcuni rappresentati americani del settore per condividere le loro esperienze con i rappresentanti italiani.
Per concludere, vorrei aggiungere che, avendo discusso con molti uomini d’affari italiani i temi trattati oggi, mi é stata più volte ribadita la necessità di una soluzione a lungo termine. E’ opinione di molti, ed anche la mia, che l’istruzione sia la risposta appropriata in una prospettiva di lungo termine. Un’istruzione che punti su una cultura imprenditoriale che abbraccia maggiormente il concetto rischio.
In questa ottica, permettetemi di menzionare un’iniziativa promossa dalla nostra Ambasciata, che rappresenta il quarto pilastro della Partnership for Growth e di cui ho fatto cenno anche all’inizio del mio discorso.
Abbiamo lanciato un programma chiamato Business Entrepreneurship Exchange & Student Training, o BEST Program, grazie al quale giovani e brillanti imprenditori italiani avranno la possibilità di recarsi negli Stati Uniti per imparare il funzionamento pratico della nostra economia imprenditoriale presso istituzioni quali la Kauffman Foundation -- una fondazione americana che si occupa tra l’altro dell’importante compito di insegnare l’imprenditorialità --
le università di Stanford e Harvard, e di lavorare in una impresa americana dinamica ed a crescita rapida, molto probabilmente un’azienda finanziata con venture capital. Coloro che avranno partecipato a questo programma torneranno in Italia per applicare la loro esperienza, dando inizio e facendo crescere nuove iniziative in Italia.
Vorremmo ascoltare la vostra opinione in materia, verificare se siete interessati a finanziare le borse di studio del programma BEST, oppure a collaborare con gli imprenditori che beneficeranno del programma BEST per lanciare nuove iniziative in Italia.
Al momento stiamo raccogliendo le candidature per un gruppo “pilota” che parteciperà al programma BEST, che inizierà la sua esperienza imprenditoriale negli Stati Uniti nel gennaio 2007.
Essendo di fronte ad una platea di esperti investitori, ho cercato di essere il più chiaro possibile e di fornire alcune possibili strategie per il futuro. Vi ringrazio per avermi dato l’opportunità di condividere le nostre esperienze.