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   Terrorism
    

TRADUZIONE INFORMALE, DA NON CONSIDERARE COME TESTO UFFICIALE

Discorso di Stephen Hadely, Consigliere per la Sicurezza Nazionale al Consiglio per la Politica Estera, 18 ottobre 2005

Consiglio per la Politica Estera
New York

E’ un onore avere nuovamente l’opportunità, questa sera, di parlare al Consiglio per la Politica Estera.Vorrei cogliere quest’occasione per discutere sulla natura del nemico che gli Stati Uniti stanno affrontando in questa guerra contro il terrorismo, e sul motivo per cui il programma del Presidente, in materia di libertà e democrazia, rappresenta un elemento di vitale importanza in questa lotta.

Quattro anni e mezzo fa, quest’amministrazione ha iniziato la sua attività in un contesto storico positivo. Le grandi battaglie ideologiche del ventesimo secolo tra democrazia e totalitarismo erano terminate con la decisiva vittoria della libertà. Nonostante ci fossero delle differenze tra le due ideologie, nessun grosso conflitto di potere si profilava all’orizzonte. La globalizzazione, la rivoluzione informatica e le tecnologie di comunicazione stavano aprendo nuove opportunità per lo sviluppo economico e la diffusione dei valori democratici. Gli Stati Uniti avevano l’opportunità di trasformare il sistema internazionale in modo da migliorare la sicurezza dell’America, promuovere i nostri valori e contribuire alla prosperità del nuovo secolo.

Ma la realtà della scena internazionale ha posto nuove sfide in materia di sicurezza. Invece di grandi conflitti di potere, gli Stati Uniti si sono trovati a confronto con una serie ripetuta di minacce. Gli attacchi dell’11 settembre 2001 contro la nostra patria, sono la chiara dimostrazione dei seri pericoli che noi ed i nostri amici ed alleati dobbiamo fronteggiare. Un nemico terrorista ha dimostrato di poter attaccare l’America ed uccidere migliaia di nostri concittadini. Lo stesso nemico terrorista agiva da un rifugio protetto - in Afghanistan – dal quale cercava di creare armi di distruzione di massa ed inculcare nelle sue reclute un’ideologia omicida.

Da quel tragico giorno, gli Stati Uniti ed i loro alleati hanno mosso guerra contro Al Qaeda, i suoi membri ed i suoi sostenitori e, più in generale, contro il flagello mortale del terrorismo e l’intimidazione. Una coalizione internazionale ha intrapreso la lotta contro il nemico, prendendo di mira soprattutto i loro capi, negandogli rifugi sicuri e distruggendo tutto ciò che serviva per portare avanti le sue operazioni. Insieme, abbiamo lavorato per restringere le aree in cui questi terroristi agiscono, comunicano e transitano liberamente. Insieme, abbiamo lavorato per arrestare la linfa vitale dei terroristi, negando loro i finanziamenti più cospicui e le fonti di reclutamento.

Attraverso i nostri continui sforzi per distruggere e sconfiggere Al Qaeda ed i suoi sostenitori, siamo maggiormente in grado di definire il nostro nemico. Ci troviamo di fronte ad un movimento transnazionale di organizzazioni estremiste, reti ed individui – come pure di sostenitori appartenenti a Stati e non-Stati – che condividono un’ideologia estremista ed inseguono una comune strategia. Il loro profilo viene tracciato attraverso numerosi video, nastri registrati, lettere, dichiarazioni e siti web. In una lettera abbastanza recente, Ayman Zawahiri, il numero due di Al Qaeda, esponeva minuziosamente la strategia terroristica.

Il primo passo, secondo le testuali parole di Zawahiri, consiste “nel cacciare gli americani dall’Iraq”. Zawahiri ritiene che ciò sia possibile poiché i precedenti attacchi terroristici alle nostre truppe hanno costretto gli Stati Uniti al ritiro. Zawahiri definisce il secondo punto della strategia con queste parole: stabilire “un’autorità islamica, o emirato, svilupparlo e sostenerlo fino a raggiungere il livello di un califfato – che comprenda quanti più territori possibili – per diffondere il suo potere in Iraq, come ad esempio nelle aree sunnite, al fine di colmare il vuoto lasciato dall’uscita di scena degli americani, immediatamente dopo la loro partenza e prima che le forze non-islamiche provino a colmare questo vuoto”.

Nella visione di Al Qaeda, l’Iraq, dovrebbe diventare il rifugio sicuro dal quale lanciare attacchi contro i governi non-islamici, incluso Israele, e gli stati confinanti con l’Iraq. In definitiva, Al Qaeda spera di chiamare a raccolta tutte le masse musulmane, rovesciare i governi moderati della regione e ristabilire il califfato islamico che, al giorno d’oggi, eserciterebbe il suo governo dalla Spagna all’Indonesia e oltre.

Le aspirazioni di questi terroristi estremisti non mirano soltanto al Medio Oriente. Come Zarqawi ha solennemente promesso: “O noi otterremo la vittoria sulla razza umana, oppure passeremo a vita eterna”. Abu Bakar Bashir, il leader spirituale di Jemaah Islamiyah, una rete integralista affiliata di Al Qaeda responsabile degli attentati mortali in Indonesia, ha recentemente dichiarato: “Se l’Occidente vuole la pace, dovrà accettare di essere governato dall’Islam”. Quando gli è stato chiesto cosa possono fare gli Stati Uniti per fermare gli attacchi nel proprio territorio, Osama Bin Laden ha replicato nella sua “Lettera all’America” del 2002 che, oltre ad abbandonare il Medio Oriente, l’America deve convertirsi all’islamismo e porre fine all’immoralità ed alla malvagità della sua società e della sua cultura.

E’ lecito domandarsi se queste dichiarazioni siano da prendere seriamente in considerazione. Ma l’11 settembre ci ha insegnato che non possiamo permetterci di trattare queste parole come sciocche vanterie. Questo è il motivo per cui il Presidente è stato così risoluto nell’intraprendere la lotta contro il nemico. Per alcuni, ritirarsi potrebbe sembrare una proposta allettante, a fronte delle atrocità che vediamo in televisione. Ma abbandonare la lotta – che equivale a mettere la testa sotto la sabbia – non allontana la minaccia.

Saremmo incauti se ignorassimo queste dichiarazioni semplicemente perché sembrano così estreme o perché non riusciamo a comprendere la mentalità che le ha generate. Le maggiori risorse economiche, militari e politiche che i terroristi ricercano, rendono più credibili i programmi che hanno stabilito: distruggere Israele, intimorire l’Europa, attaccare il popolo americano, costruire armi di distruzione di massa, e costringere il nostro governo all’isolamento.

Dai suoi inizi, la guerra contro il terrorismo è stata sia una “battaglia di armi” che una “battaglia di idee”. Come il Presidente ha detto: “Stiamo combattendo contro i terroristi e contro la loro ideologia omicida”. Nell’immediato, dobbiamo impiegare la nostre forze militari ed altri strumenti di potere nazionale per combattere i terroristi, negargli rifugi sicuri e stroncare le loro fonti di sostegno. Ma a lungo termine, per vincere nella guerra contro il terrorismo, dobbiamo vincere la “battaglia delle idee”. Dobbiamo contrastare la bieca visione totalitaria dei terroristi con la visione positiva della libertà e della democrazia. Mentre facciamo progressi nella “battaglia delle armi” e la rete terroristica diventa più decentralizzata, è sempre più necessario offrire una visione alternativa. Poiché ciò che accomuna questi gruppi non è una catena centrale di comando, ma una comune ideologia.

In questa “battaglia delle idee” dobbiamo incoraggiare i moderati islamici a contestare la distorta visione dell’Islam portata avanti dai terroristi. Si sta preparando una lotta per l’essenza stessa dell’Islam – una lotta ideologica per il sostegno e la lealtà del mondo musulmano. Vincere questo combattimento richiederà una sfida diretta con le voci estremiste dell’Islam stesso. Questo, ovviamente, è qualcosa che il governo americano non può fare. Sono le voci musulmane del mondo a dover raccogliere questa sfida.

E cio’ sta cominciando ad avvenire. I religiosi musulmani e gli studiosi di diritto negli Stati Uniti e in altri paesi hanno iniziato ad emettere dichiarazioni che condannano il terrorismo. Dobbiamo sostenere questi sforzi ed appoggiare le altre voci moderate di tutto il mondo musulmano che sono a favore della pace e della tolleranza.

Abbiamo buoni motivi per essere ottimisti in questa lotta. Mentre i nostri nemici perpetrano e rivendicano stragi di innocenti, la stragrande maggioranza dei mussulmani – insieme alle altre popolazioni del mondo civile – ha espresso la sua indignazione per le atrocità commesse a Londra e Madrid, Bali e Beslan, Istanbul e Marocco. Ciò può soltanto indebolire ulteriormente la posizione dei terroristi.

Un altra ragione per essere ottimisti deriva dalle dichiarazioni del nostro nemico. Nella sua lettera ad al Zarqawi, Ayman al-Zawahiri ha sottolineato come le tattiche dell’organizzazione “Al Qaeda in Mesopotamia” di Zarqawi hanno indebolito l’appoggio al movimento estremista mondiale. Zawahiri cerca di dissuadere Zarqawi dall’attuare il massacro degli sciiti e trasmettere videoregistrazioni di decapitazioni. Attaccare una moschea sciita, ha dichiarato Zawahiri, “sarebbe inaccettabile per la popolazione musulmana, per quanto si provi a spiegarne le motivazioni, e l’avversione contro questa decisione continuerebbe ad esistere”. Le decapitazioni videoregistrate sono “tra quelle cose che vanno assolutamente contro i sentimenti della popolazione musulmana, che ti ama e ti sostiene”. Perfino Zawahiri capisce che è difficile basare un movimento popolare duraturo sull’omicidio di massa.

Oltre a contestare l’idea perversa che i terroristi hanno dell’Islam, c’e bisogno di una visione alternativa. Come il Presidente ha rimarcato il 6 ottobre, noi cerchiamo “di impedire il reclutamento futuro dei militanti sostituendo l’odio ed il risentimento con la democrazia e la speranza in tutto il Grande Medio Oriente”. Disponiamo di un’ideologia più forte e possiamo confidare nel suo potere.

Abbiamo potuto constatare quale fosse la visione che i terroristi hanno realizzato in Afghanistan sotto i talebani. Un regime barbarico aveva imposto una conformità artificiale che eliminava la libertà individuale, schiavizzava le donne, distruggeva la storia culturale della nazione e governava con il terrore. Le ragazze erano tenute chiuse dentro casa, e non era loro permesso di frequentare la scuola. In un assurdo gesto di violenza contro la cultura, sono stati distrutti alcuni manufatti pre-islamici e le gigantesche statue del Buddah nella valle di Bamiyan. Giovani e anziani afgani hanno vissuto nella paura costante che le loro parole, il loro vestiario e le loro azioni potessero entrare in conflitto con una teocrazia che cercava di brutalizzare e soggiogare. Il regime è stato virtualmente condannato dall’intero mondo civile.

A chi può piacere questo tipo di regime? In che consiste l’attrattiva dell’ideologia radicale che l’ha generato? Non sono gli indigenti del mondo, a causa della loro povertà, ad esserne attratti. Muhammed Atta e gli altri dirottatori dell’11 settembre appartenevano soprattutto alla classe media e colta. Costoro, e molti terroristi islamici come loro, sono chiaramente degli alienati dalle loro società. Incapaci di immaginare un futuro significativo all’interno dei loro sistemi politici, scelgono alternative radicali. Quando ai popoli vengono negati i propri diritti fondamentali, essi hanno poca possibilità di scelta nell’ordine esistente.

I terroristi traggono profitto da questo malcontento e lo alimentano con discorsi sull’ingiustizia e la vittimizzazione di arabi e musulmani nelle mani degli infedeli occidentali e dei sionisti. I terroristi offrono una visione radicale del sistema totalitario, caratterizzato da violenza e strage di innocenti. L’ideologia dei terroristi si basa sull’asservimento; infatti, proprio perché le persone che i terroristi tentano di schiavizzare sono deboli, diventano vulnerabili al canto di questa sirena. La visione dei terroristi è inoltre basata sull’elitarismo, dove pochi privilegiati decidono ciò che è giusto per tutti – ed usano il terrore per imporre il proprio volere.

L’antidoto a questa ideologia radicale è la democrazia, la giustizia ed un progetto di libertà. Questo programma si presenta come una potente alternativa alla schiavitù. Offre la partecipazione al posto dell’esclusione. Offre lo scambio di idee al posto del mondo oscuro della teoria della cospirazione. Offre diritti individuali e dignità umana al posto di violenza e massacri. Fondamentalmente, significa partecipazione del popolo a governare se stesso, piuttosto che essere governato da altre persone che non ha mai scelto, non ha mai cambiato e sulle quali non ha mai esercitato alcuna influenza.

Sappiamo che la libertà e la democrazia richiedono molto più che semplici elezioni. Richiedono una serie di istituzioni, leggi e norme di comportamento approvate. Ma le elezioni sono uno strumento cruciale per portare avanti la causa della libertà e della democrazia. Come abbiamo visto nella “Rivoluzione Rosa”, scoppiata in Georgia, nella “Rivoluzione dei Cedri” in Libano, nella “Rivoluzione Arancione”, in Ucraina e nella “Rivoluzione dei Tulipani” in Kirghizistan, le elezioni catalizzano il cambiamento e riescono ad accelerare la creazione di istituzioni, leggi, norme di comportamento sulle quali si basano libertà e democrazia.

Possiamo essere certi che, avendo dalla nostra parte libertà, giustizia e democrazia, otterremo la vittoria nella “battaglia delle idee”. Perche’ questa lotta di oggi richiama alla mente le battaglie dello scorso secolo contro le ideologie totalitarie precedenti – fascismo, comunismo e nazismo. Tali ideologie sono anch’esse fondate sul terrore, per portare avanti la loro visione perversa e controllare intere popolazioni. Hanno rafforzato le classi elitarie, le quali credevano di essere l’avanguardia di un futuro utopico, e si sentivano in tal modo giustificate ad imporre il loro punto di vista sugli altri. Anch’esse hanno trovato terreno fertile tra le persone deboli, sia come vittime di dittatori corrotti, sia a causa delle molteplici devastazioni causate dalle guerre mondiali e dalla corruzione economica.

Possiamo esser certi che l’ideologia di democrazia e libertà ha dimostrato di essere più forte della falsa visione utopistica del fascismo e del comunismo. Quando le persone schiave di queste false ideologie hanno avuto l’opportunità di scegliere liberamente, hanno scelto la libertà. Ed accade la stessa cosa quando mettiamo a confronto l’ideologia dei terroristi del 21esimo secolo.

L’avvento della democrazia e della libertà non può, da solo, porre un termine definitivo al terrorismo. L’attentato terroristico avvenuto a Londra la scorsa estate dimostra che perfino le democrazie più avanzate non sono immuni dal terrorismo interno. Ma la democrazia sembra comunque aver indebolito l’interesse dei terroristi estremisti. Come i nostri amici indiani hanno sottolineato, l’India occupa il secondo posto nel mondo per popolazione musulmana. Ebbene, fino ad ora non è stato mai scoperto che musulmani dell’India abbiano partecipato alla jihad mondiale, sia in Afghanistan che in Iraq.

Inoltre, la denuncia violenta della democrazia, da parte degli estremisti stessi, ci dimostra che essi sanno perfettamente quanto sia seria la minaccia costituita dalla democrazia. Nel libro “Il futuro dell’Iraq e della Penisola Araba dopo la Caduta di Baghdad”, Yussuf al-Ayyeri, uno dei personaggi più vicini ad Osama Bin Laden, ha scritto: “La fonte di preoccupazione maggiore per i musulmani non deve essere costituita dalla macchina da guerra americana. Ciò che minaccia il futuro dell’Islam, e soprattutto la sua sopravvivenza, è la democrazia americana”. Al Zarqawi ha denunciato le elezioni irachene avvenute lo scorso gennaio, dichiarando: “In una democrazia, il legislatore a cui bisogna obbedire è un uomo, non è Dio. Questa è la vera essenza dell’eresia, del politeismo e dell’errore, poiché contraddice le basi della fede e del monoteismo, e rende l’uomo debole ed ignorante simile a Dio nella più importante prerogativa divina – vale a dire governare e legiferare”. I terroristi stessi parlano con timore – e sono così violentemente contro – della democrazia, proprio perché capiscono che essa costituisce una minaccia fondamentale alla loro ideologia di paura ed oppressione.

Il nostro compito è quello di offrire un programma di libertà, giustizia e democrazia come alternativa all’estremismo totalitarista, non di imporlo. Poiché la democrazia non può essere imposta, può soltanto essere scelta. Un popolo deve trovare la propria libertà – e spesso deve combattere per ottenerla. Quando lo fa, il risultato si riflette nella sua storia, cultura ed esperienza nazionale. Non tutte le democrazie del Medio Oriente sono uguali – e nessuna è esattamente uguale a quella degli Stati Uniti e dell’Europa. La liberalizzazione e la democratizzazione avvengono con modalità e tempi diversi in ciascun paese.

Possiamo ricoprire il ruolo di sostenitore della democrazia in Medio Oriente. Possiamo agire da catalizzatore per le riforme. Possiamo aiutare a creare le condizioni che favoriscono il cambiamento, piuttosto che impedirlo. Tuttavia, sebbene possiamo sollecitare la storia, non possiamo imporla. E nonostante la libertà e la democrazia siano essenziali, esse non costituiscono l’unico punto del nostro programma. Dobbiamo trattare una serie di problemi pressanti, quali combattere il terrorismo, la proliferazione nucleare, risolvere i conflitti, e chiarire questioni urgenti come quella relativa alla costruzione di una pace duratura tra israeliani e palestinesi. Una delle sfide maggiori che ha avuto di fronte il Presidente, è stata quella di promuovere la democrazia e la libertà senza abbandonare la nostra capacità di raggiungere e portare avanti i nostri obiettivi.

La sfida è particolarmente impegnativa, poiché alcuni paesi, che necessitano una maggiore democrazia e libertà, sono anche nostri alleati sul fronte della guerra contro il terrorismo. Dobbiamo trovare il modo per sostenere la loro lotta contro il terrorismo mentre, contemporaneamente, li incoraggiamo alla liberalizzazione.

Questo tipo di approccio non è esente da rischi. Tuttavia, non possiamo aggrapparci ad una stabilità a breve termine ed ignorare i costi a lungo termine di una simile politica. Gli eventi dell’11 settembre, ci hanno dimostrato quali sono le conseguenze per non aver risolto una situazione senza speranza e disperata, che ha reso il Medio Oriente terreno fertile per i terroristi.

L’esperienza degli ultimi due anni ha rafforzato la convinzione del Presidente che possiamo ottenere il successo sia proseguendo con il nostro programma, che con i nostri obiettivi. In Afghanistan ed Iraq abbiamo aiutato quei paesi a liberarsi da regimi che minacciavano i nostri interessi. Ma piuttosto che insediare una dittatura amica, abbiamo sostenuto gli sforzi degli iracheni e degli afgani tesi a costituire dei governi fondati su libertà, democrazia e principio di legalità. Ciò ha contribuito ad accelerare enormemente il processo di cambiamento democratico in questi paesi. La grande affluenza alle urne, durante le recenti elezioni in Afghanistan ed Iraq, hanno dimostrato che questa è una trasformazione voluta ardentemente dalle popolazioni di entrambi i paesi. Adesso sono tutti e due alleati nella guerra contro il terrorismo. E man mano che queste giovani democrazie prendono piede, forniranno una testimonianza che contribuirà ad accelerare i tempi del cambiamento democratico nella regione. Il loro esempio ne uscirà ulteriormente rafforzato, poiché il Libano, appena liberato – e l’autorità palestinese appena insediata nella striscia di Gaza ed in parte della Cisgiordania – stanno dando vita ad istituzioni democratiche, mentre internamente esercitano il controllo sui terroristi.

Pakistan, Arabia Saudita ed Egitto – alleati fondamentali nella guerra contro il terrorismo – hanno ascoltato ed iniziato ad aderire al messaggio di cambiamento. L’Arabia Saudita ha indetto le prime elezioni per i consigli municipali regionali. L’Egitto ha indetto le prime elezioni presidenziali a consultazione pluralista. Per molti i cambiamenti avvenuti in queste nazioni non sono stati abbastanza rapidi. Ma le parole del Presidente e l’operato della sua amministrazione stanno dando ai riformatori di quei paesi la necessaria copertura e spazio politico per perseguire i propri programmi di libertà. Con il tempo, queste nazioni troveranno la strada verso la democrazia. Nel frattempo, continueremo a lavorare insieme a loro per affrontare il terrorismo.

Sia in Medio Oriente, che in Asia Centrale e nel mondo islamico, non c’è bisogno di fare una scelta del tipo “l’uno o l’altro”, tra promuovere la democrazia e combattere il terrorismo. Senza dubbio le due cause si rafforzano reciprocamente. A breve termine è necessaria una politica di sicurezza per favorire lo sviluppo della democrazia – per indire le elezioni e permettere ai governi di garantire i servizi per la popolazione. A lungo termine, libertà, democrazia e giustizia costituiranno l’antidoto al richiamo dei terroristi e la vera fonte di sicurezza e stabilità.

Dobbiamo avere coraggio nel portare avanti la nostra visione, e dimostrare saggezza nel realizzare il nostro programma di libertà. Questo progetto non un lavoro di tre o di otto anni. Al contrario, è l’impegno di questa nazione fin dai suoi inizi. Sia nel caso della politica di difesa dei diritti umani, durante la presidenza Carter, o attraverso l’audace politica per allargare le frontiere della libertà durante la presidenza Reagan, la nostra nazione ha lungamente sostenuto la causa della democrazia, della giustizia e della libertà. E, come ha detto il Presidente Bush, questo sforzo costituirà “una sfida generazionale”. Tuttavia, nonostante sia un impegno che si protrarra’ per generazioni, la nostra responsabilità, oggi, consiste nel portarlo avanti con fermezza.

Grazie infinite.

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