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   Terrorism
    

TRADUZIONE INFORMALE, DA NON CONSIDERARE COME TESTO UFFICIALE

Il presidente Bush invoca una salda risolutezza contro il terrorismo, 6 ottobre 2005

(Bush dice che i terroristi cercano di si serve dell’islam per creare un impero totalitario)

Impegnandosi ad affrontare il “pericolo mortale” del terrorismo, il presidente Bush ha illustrato con chiarezza tre obbiettivi dei terroristi radicali islamici, e cinque contromisure che gli Stati Uniti e i loro alleati stanno adottando per sconfiggerli.

Bush ha parlato, il 6 ottobre, alla National Endowment for Democracy, a Washington, nell’ambito di una cerimonia di commemorazione delle vittime degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Il presidente ha dichiarato: “Noi non ci stancheremo, non ci riposeremo fino a quando la guerra contro il terrore non sarà stata vinta”.

Il presidente ha detto che sarebbe un errore liquidare con leggerezza le idee e gli obbiettivi dei fondamentalisti islamici, definendo la loro ideologia “chiara e precisa”.

“Uomini crudeli, ossessionati dall’ambizione e privi di coscienza, che devono essere presi molto sul serio, e noi dobbiamo fermarli prima che i loro crimini possano moltiplicarsi”, ha detto Bush.

“Questa ideologia è molto diversa dalla religione islamica”, ha detto Bush. Essa “si serve dell’islam per favorire la visione politica violenta […] di un impero totalitario”, ha aggiunto.

QUELLO CHE VOGLIONO I TERRORISTI

Bush ha illustrato quelli che ha definito i tre principali obbiettivi dei terroristi:

- mettere fine a ogni influenza statunitense e occidentale nel ‘più vasto’ Medio Oriente;

- sfruttare il vuoto che si è creato con il ritiro americano dalla regione per acquisire il controllo di un Paese da usare come base per lanciare attacchi contro i governi islamici non radicali;

- controllare un Paese per spingere le “masse musulmane” a rovesciare tutti i governi moderati nella regione e fondare un impero islamico radicale “dalla Spagna all’Indonesia”.

“I terroristi considerano l’Iraq il fronte centrale nella loro guerra contro l’umanità”, ha detto Bush. “E noi dobbiamo considerare l’Iraq come il fronte centrale della nostra guerra al terrore”.

Se i terroristi raggiungessero i loro obbiettivi, potrebbero usare il loro accresciuto potere economico, militare e politico “per portare avanti il programma che hanno dichiarato: sviluppare armi di distruzione di massa, distruggere Israele, intimidire l’Europa, aggredire il popolo americano e ricattare il nostro governo costringendolo all’isolamento”, ha detto Bush.

OPPORSI ALLE AMBIZIONI DEI TERRORISTI

Il presidente ha illustrato cinque contromisure che gli Stati Uniti e i loro alleati stanno adottando contro i terroristi:

- Primo, impedire gli attacchi delle reti terroristiche prima che essi avvengano.

- Secondo, impedire il possesso di armi di distruzione di massa ai regimi fuorilegge e ai loro alleati terroristi che le userebbero senza esitazione.

- Terzo, impedire ai gruppi radicali di ricevere sostegno e riparo da parte dei regimi fuorilegge.

“Stati sponsor del terrorismo come Siria e Iran hanno una lunga storia di collaborazione con i terroristi, e non meritano alcuna pazienza da parte delle vittime del terrore”, ha detto Bush.

- Quarto, impedire ai terroristi di assumere il controllo di qualsiasi nazione, che sarebbe usata come base e rampa di lancio per il terrore.

- Quinto, impedire ai terroristi reclutamenti futuri sostituendo l’odio e il risentimento con la democrazia e la speranza nel ‘più vasto’ Medio Oriente.

“È un progetto difficile e a lungo termine, ma non ci sono alternative ad esso”, ha detto Bush.

Il presidente ha inoltre tracciato un parallelo tra il radicalismo islamico e il comunismo, e si è soffermato sull’importanza dell’Iraq nella lotta contro il terrorismo. Ha esortato “tutti i leader islamici responsabili” a denunciare “l’ideologia che si serve dell’islam per fini politici e profana una nobile fede”.

Sul sito della Casa Bianca è disponibile un video in streaming delle osservazioni del presidente sulla Guerra al terrore, e un foglio informativo. Per ulteriori informazioni, ved. Response to Terrorism.

Riportiamo qui di seguito la trascrizione delle osservazioni del presidente:

(inizio trascrizione)

LA CASA BIANCA
Ufficio del Portavoce
6 ottobre 2005

OSSERVAZIONI DEL PRESIDENTE SULLA GUERRA AL TERRORE

Ronald Reagan Building and International Trade Center
Washington, D.C.
10:07 EDT (GMT-4)

IL PRESIDENTE: Grazie a tutti. (Applausi.) Grazie a tutti. Sedetevi, vi prego. Grazie per questo caloroso benvenuto. Sono onorato di essere qui ancora una volta insieme ai sostenitori della National Endowment for Democracy. Dal giorno in cui il presidente Ronald Reagan enunciò il progetto per questa fondazione, il mondo ha assistito al più veloce avanzamento delle istituzioni democratiche che la storia abbia mai visto. E gli americani sono orgogliosi di aver interpretato il proprio ruolo in questo importante processo.

Abbiamo fatto la guardia alle frontiere sotto tensione; abbiamo difeso i diritti dei dissidenti e le speranze degli esiliati; abbiamo contribuito alla crescita di nuove democrazie sulle rovine della tirannia. Ed è valsa la pena del prezzo pagato e del sacrificio affrontato in quella lotta, poiché, dall’America Latina all’Europa, all’Asia, abbiamo conquistato la pace che la libertà porta con sé.

In questo nuovo secolo, la libertà è ancora una volta sotto attacco da parte di nemici decisi a riportare indietro di generazioni il progresso democratico. Una volta ancora, stiamo rispondendo a una campagna globale di paura con una campagna globale di libertà. E una volta ancora, assisteremo alla vittoria della libertà.

Vin, voglio ringraziarti per avermi invitato ancora una volta. E grazie per la breve introduzione. Voglio fare i complimenti a Carl Gershman. Voglio dare il benvenuto all’ex membro del Congresso Dick Gephardt, che fa parte del consiglio direttivo della National Endowment for Democracy. Mi fa piacere vederti, Dick. E voglio fare i complimenti a Chris Cox, che è il presidente della U.S. Securities and Exchange Commission e membro del consiglio direttivo della National Endowment for Democracy, per essere qui anche lui. Voglio ringraziare tutti gli altri membri del consiglio direttivo.

Voglio salutare il segretario di Stato, Condi Rice, che è presente anche lei, e insieme a lei il segretario della Difesa Don Rumsfeld. Grazie a tutti per essere qui. Sono orgoglioso, inoltre che sia con noi oggi, fresco di giuramento come Capo di stato maggiore delle forze armate, il primo marine che abbia mai ricoperto questo incarico, il generale Peter Pace. Ringrazio altresì i membri del corpo diplomatico presenti.

Recentemente, il nostro Paese ha commemorato il quarto anniversario di un tremendo atto di malvagità, ed è tornato a meditare sulla svolta decisiva della nostra storia. Abbiamo ancora il ricordo di una città fiera ricoperta da fumo e cenere, delle fiamme sull’altra riva del Potomac e dei passeggeri che negli ultimi momenti della loro vita terrena hanno lottato contro il nemico. Ricordiamo ancora gli uomini che esultavano di gioia per ogni morto e gli americani in uniforme pronti al dovere. E non dimentichiamo l’appello che quel giorno è giunto fino a noi e continua ancora oggi: Noi affronteremo questo pericolo mortale per tutta l’umanità. Non ci stancheremo e non riposeremo fino a quando la guerra contro il terrore non sarà stata vinta.Le immagini e le vicende dell’11 settembre sono uniche per gli americani. Eppure la malvagità di quella mattina è riapparsa in altri giorni e in altri luoghi: a Mombasa, e a Casablanca, e a Riyadh, e a Giacarta, e a Istanbul, e a Madrid, e a Beslan, e a Taba, e a Netanya, e a Bagdad e altrove. Negli ultimi mesi, abbiamo assistito a una nuova offensiva terroristica con attentati a Londra, a Sharm el-Sheikh, e a un attentato mortale di nuovo a Bali. Tutte queste immagini distinte di distruzione e sofferenza che vediamo nei notiziari possono sembrare atti casuali e isolati di follia. Uomini, donne e bambini innocenti sono morti semplicemente per essere saliti a bordo del treno sbagliato, o perché lavoravano nell’edificio sbagliato, o perché scesi nell’albergo sbagliato. Purtuttavia, anche se gli assassini scelgono le loro vittime in modo indiscriminato, i loro attacchi sono al servizio di un’ideologia chiara e precisa che comprende teorie e obbiettivi malvagi, ma non folli.

Alcuni chiamano questo male radicalismo islamico; altri, jihadismo militante; altri ancora islamofascismo. Comunque la si chiami, questa ideologia è molto diversa dalla religione islamica. Questa forma di radicalismo si serve dell’islam per favorire un progetto politico violento: la creazione di un impero totalitario che nega ogni libertà politica e religiosa, attraverso il terrorismo, l’insurrezione e la guerriglia. Questi estremisti distorcono l’idea del jihad trasformandola in un’esortazione all’omicidio terroristico di cristiani, ebrei ed induisti, e anche di musulmani di altre tradizioni che loro considerano eretici.

Molti militanti fanno parte di organizzazioni terroristiche globali e transnazionali, come al-Qa‘ida, che diffonde propaganda e fornisce assistenza finanziaria e tecnica a estremisti locali, e compie operazioni tragiche e brutali come quelle dell’11 settembre. Altri militanti fanno parte di gruppi regionali spesso associati ad al-Qa‘ida - guerriglie paramilitari e movimenti separatisti in posti come la Somalia e le Filippine, il Pakistan, la Cecenia, il Kashmir e l’Algeria. Altri ancora spuntano fuori da cellule locali, ispirate dal radicalismo islamico ma non dirette da una struttura centrale. Il radicalismo islamico assomiglia a una rete a maglie larghe, con molte ramificazioni, più che a un esercito sotto un comando unico. Questi militanti estremisti, pur combattendo su campi di battaglia diversi, condividono tuttavia un’ideologia e una visione del mondo del tutto simili.

Conosciamo la visione del mondo degli estremisti perché loro stessi l’hanno espressa apertamente - attraverso video, e audiocassette, e lettere, e dichiarazioni, e siti internet. Questi estremisti vogliono per prima cosa mettere fine all’influenza americana e occidentale nel broader Middle East (il più vasto Medio Oriente), poiché sosteniamo la democrazia e la pace e siamo un ostacolo alle loro ambizioni. Il leader di al-Qa‘ida, Osama Bin Laden, ha esortato i musulmani a destinare, cito testualmente, le loro “risorse, i loro figli e il loro denaro alla cacciata degli infedeli dalle nostre terre”. La loro tattica per conseguire quest’obbiettivo è la stessa da venticinque anni. Ci colpiscono e si aspettano di vederci fuggire. Vogliono vederci ripetere la triste storia di Beirut nel 1983 e di Mogadiscio nel 1993, ma questa volta su più ampia scala e con più gravi conseguenze.

In secondo luogo, la rete militante vuole sfruttare il vuoto che si è creato con il ritiro americano, per conquistare il controllo di un Paese e una base da dove lanciare attacchi e portare avanti la loro guerra contro i governi islamici non radicali. In questi ultimi decenni, gli estremisti hanno preso di proposito di mira l’Egitto, l’Arabia Saudita, il Pakistan e la Giordania come conquiste potenziali. Hanno raggiunto il loro scopo, per un certo periodo, in Afghanistan. Ora hanno messo gli occhi sull’Iraq. Bin Laden ha dichiarato: “Il mondo intero guarda questa guerra e i due avversari in campo. È vittoria e gloria, oppure sofferenza e umiliazione”. I terroristi considerano l’Iraq il fronte centrale della loro guerra contro l’umanità. E noi dobbiamo considerare l’Iraq come il fronte centrale della nostra guerra al terrore.

In terzo luogo, i militanti estremisti ritengono che avere il controllo di un Paese permetta loro di radunare sotto le proprie insegne le masse musulmane, consentendo loro di rovesciare tutti i governi moderati della regione e di fondare un impero islamico radicale dalla Spagna all’Indonesia. Grazie a questo accresciuto potere economico, militare e politico, i terroristi sarebbero in grado di portare avanti il programma che hanno già dichiarato: sviluppare armi di distruzione di massa, distruggere Israele, intimidire l’Europa, aggredire il popolo americano e ricattare il nostro governo costringendolo all’isolamento.

Alcuni potrebbero essere tentati di liquidare questi obbiettivi giudicandoli fanatici ed estremistici. Sono invero fanatici ed estremistici, ma non vanno accantonati. Il nostro nemico si impone una dedizione assoluta. Zarqawi ha giurato: “O riporteremo la vittoria sulla razza umana oppure passeremo alla vita eterna”. E il mondo civilizzato sa benissimo che altri fanatici della storia, da Hitler a Stalin a Pol Pot, hanno consumato intere nazioni nella guerra e nel genocidio prima di abbandonare la scena. Uomini crudeli, ossessionati dall’ambizione e privi di coscienza, che devono essere presi molto sul serio, e noi dobbiamo fermarli prima che i loro crimini possano moltiplicarsi.

Sconfiggere questa rete di militanti estremisti è difficile, perché, come i parassiti, essi prosperano sulle sofferenze e le frustrazioni altrui. Gli estremisti sfruttano i conflitti locali per costruire la cultura della vittimizzazione, in cui c’è sempre qualcun altro a cui dare la colpa, e in cui la soluzione è sempre la violenza. Sfruttano la rabbia e la delusione di giovani uomini e donne, reclutandoli come pedine del terrore attraverso le moschee più radicali. E sfruttano la tecnologia moderna per moltiplicare il loro potere distruttivo. Invece di frequentare campi di addestramento in Paesi lontani, le reclute ora possono accedere a corsi di addestramento online per imparare come si costruisce una bomba da collocare sul ciglio di una strada o come si usa un lanciarazzi - e ciò ingrandisce ulteriormente il rischio di violenze, anche all’interno di pacifiche società democratiche.

Ad amplificare l’influenza del radicalismo islamico provvedono anche i fiancheggiatori e i sostenitori. Questi ricevono ospitalità da regimi autoritari, alleati di convenienza come la Siria e l’Iran, che condividono l’obbiettivo di colpire l’America e i governi islamici moderati, e usano una propaganda terroristica per dare all’Occidente e all’America, e agli ebrei, la colpa dei propri fallimenti. Questi estremisti si appoggiano su organizzazioni di copertura, come associazioni benefiche, per convogliare denaro verso attività terroristiche. Essi sono resi più forti da coloro che finanziano copiosamente la diffusione delle versioni radicali e intolleranti dell’islam nelle zone più instabili del mondo. Un aiuto lo ricevono anche da una parte dei mezzi di informazione arabi che incitano all’odio e all’antisemitismo, che alimentano teorie cospiratrici e raccontano una presunta “guerra contro l’islam” da parte dell’America - non parlano quasi mai delle iniziative americane per proteggere i musulmani in Afghanistan, in Bosnia, in Somalia, in Kosovo, in Kuwait e in Iraq.

Alcuni sostengono che l’estremismo è stato rafforzato dalle azioni della nostra coalizione in Iraq, affermando che la nostra presenza nel Paese ha in qualche modo provocato o innescato la rabbia dei radicali. Desidero ricordare a queste persone che l’11 settembre 2001 non eravamo in Iraq, maal-Qa‘ida ci ha attaccati comunque. L’odio dei radicali esisteva prima della questione Iraq, ed esisterà quando l’Iraq non sarà più un pretesto. Il governo russo non ha sostenuto l’Operazione Libertà per l’Iraq, e ciononostante i militanti estremisti hanno ucciso più di 180 bambini a Beslan.

In questi anni, gli estremisti hanno usato una serie di scuse per giustificare la violenza – la presenza israeliana in Cisgiordania o la presenza militare americana in Arabia Saudita o la sconfitta dei Talebani o le Crociate di mille anni fa. La realtà è che quello che ci troviamo di fronte non è una serie di rimostranze da accogliere e a cui porre rimedio. Abbiamo di fronte un’ideologia estremista con fini immodificabili: rendere schiave tutte le nazioni e intimidire il mondo. Nessuna nostra azione è all’origine della furia degli assassini, e nessuna concessione, somma di denaro o atto conciliatorio modificherebbe o limiterebbe i loro progetti omicidi.

Al contrario: le nazioni prese di mira sono quelle di cui i terroristi avvertono di poter influenzare il comportamento attraverso la violenza. Contro un simile nemico, esiste solo una risposta efficace: noi non arretreremo mai, non ci arrenderemo mai e non accetteremo niente al di sotto della completa vittoria.

L’ideologia assassina dei radicali islamici è la grande sfida del nostro nuovo secolo. Eppure, sotto molti aspetti, questa battaglia rassomiglia alla lotta contro il comunismo del secolo scorso. Come l’ideologia comunista, il radicalismo islamico è elitario, guidato da un’avanguardia autonominatasi, che presume di parlare a nome delle masse musulmane. Bin Laden dice che il suo ruolo è dire ai musulmani, sue testuali parole, “che cosa è buono per loro e che cosa no”. E quello che quest’uomo cresciuto nella ricchezza e nel privilegio considera buono per i musulmani poveri è farli diventare assassini e attentatori suicidi. Lui garantisce loro che la sua… che questa è la strada per il paradiso, anche se non si offre mai di percorrerla lui stesso.

Come l’ideologia comunista, il nostro nuovo nemico insegna che individui innocenti possono essere sacrificati per servire un progetto politico. E questo spiega il loro spietato disprezzo per la vita umana. Lo abbiamo visto negli omicidi di Daniel Pearl, Nicholas Berg, e Margaret Hassan, e molti altri. In un’aula di tribunale in Olanda, l’assassino di Theo Van Gogh si è rivolto alla madre afflitta della vittima, dicendo: “Io non provo il suo dolore, perché la considero un’infedele”. E nonostante questa verniciatura di retorica religiosa, la maggior parte delle vittime provocate dai militanti estremisti sono musulmani come loro.

Quando 25 bambini iracheni restano uccisi in un attentato, o quando insegnanti iracheni sono giustiziati nelle scuole, o quando operatori sanitari sono uccisi mentre soccorrono i feriti, si tratta di puri e semplici omicidi del rifiuto più totale di ogni tipo di giustizia, onore, moralità e religione. Questi militanti estremisti non sono solo nemici dell’America, o nemici dell’Iraq, ma sono nemici dell’islam e nemici dell’umanità. Abbiamo già visto in passato questo tipo di cinica crudeltà, nel fanatismo senza cuore che ha portato ai gulag, alla Rivoluzione Culturale e ai campi di sterminio.

Come l’ideologia comunista, il nuovo nemico persegue fini totalitari. I suoi leader pretendono di essere la parte lesa e di rappresentare chi non ha potere contro nemici imperialisti. La verità è che costoro hanno ambizioni sconfinate di domini imperialisti e vogliono privare del potere chiunque tranne se stessi. Sotto il loro governo sono stati messi al bando libri, oltraggiati monumenti storici e brutalizzate donne. Cercano di mettere fine a qualsiasi forma di dissenso e controllare ogni aspetto dell’esistenza, dominando persino la stessa anima. Promettono un futuro di giustizia e santità, ma i terroristi stanno preparando un futuro di oppressione e infelicità.

Come l’ideologia comunista, il nuovo nemico ha scarsa considerazione per i popoli liberi e sostiene che gli uomini e le donne che vivono in libertà sono deboli e decadenti. Zarqawi dice, lo cito, che gli americani sono “i più codardi fra le creature di Dio”. Ma diciamo le cose con chiarezza: è per vigliaccheria voler uccidere bambini e anziani con le autobombe, tagliare la gola a prigionieri legati e prendere di mira fedeli che escono dalla moschea. È per coraggio che oltre 50 milioni di persone sono state liberate. È coraggio quello che vigila instancabilmente contro i nemici di una nascente democrazia. E il coraggio sta nella causa per la libertà che ancora una volta annienterà i nemici della libertà stessa.

E il radicalismo islamico, come l’ideologia comunista, contiene contraddizioni interne che lo condannano fatalmente all’insuccesso. Temendo la libertà – senza alcuna fiducia nella creatività umana e punendo ogni cambiamento e riducendo i contributi di metà della popolazione – questa ideologia mina alla base le qualità stesse che rendono possibile il progresso umano e determinano il successo delle società civili. La sola cosa moderna della visione di questi militanti estremisti sono le armi che intendono usare contro di noi. Il resto della loro cupa visione del mondo si definisce in base a una visione deformata del passato - una dichiarazione di guerra contro l’idea stessa di progresso. E qualunque cosa succederà nella guerra contro quest’ideologia, l’esito finale non ha alternative: coloro che disprezzano la libertà e il progresso si autocondannano all’isolamento, al declino e al crollo finale. Poiché i popoli liberi credono nel futuro, il futuro sarà dei popoli liberi.

Non abbiamo chiesto noi questa battaglia globale, ma stiamo rispondendo con fiducia e con una strategia di ampio respiro al richiamo della storia. Sconfiggere una rete vasta e capace di adattarsi alle circostanze richiede pazienza, una costante pressione e partner forti, in Europa, in Medio Oriente, nel Nordafrica, in Asia e altrove. Lavorando insieme a questi partner, vanifichiamo i complotti dei militanti estremisti, distruggiamo la loro capacità militare e lavoriamo per offrire a milioni di persone in una regione tormentata del mondo un’alternativa di speranza invece del rancore e la violenza.

Come prima cosa, noi siamo determinati a impedire gli attacchi delle reti terroristiche prima che essi avvengano. Stiamo riorganizzando il nostro governo per offrire a questo Paese un sistema di difesa interna ampio e coordinato. Stiamo riformando le nostre agenzie di intelligence per metterle in grado di svolgere il difficile compito di seguire le attività del nemico, sulla base di informazioni che spesso arrivano in modo molto frammentario, dalle fonti più disparate, qui e all’estero. Stiamo agendo, insieme ai governi di molti Paesi, per distruggere le reti terroristiche e mettere i loro leader in condizione di non nuocere. Insieme, abbiamo ucciso o catturato quasi tutte le persone direttamente responsabili degli attacchi dell’11 settembre, alcuni dei collaboratori più stretti di Bin Laden, dirigenti e agenti operativi di al-Qa‘ida in oltre 24 Paesi, scoperto la mente dell’attentato alla USS Cole che era a capo delle operazioni di al-Qa‘ida nel Golfo Persico, la mente degli attentati dinamitadi a Giacarta e del primo a Bali, uno dei principali collaboratori di Zarqawi che stava pianificando attentati in Turchia, e molti dei capi più importanti di al-Qa‘ida in Arabia Saudita.

Complessivamente, noi e i nostri partner abbiamo sventato almeno dieci importanti piani terroristici di al-Qa‘ida dall’11 settembre in poi, inclusi tre piani per colpire all’interno degli Stati Uniti. Abbiamo bloccato almeno altri cinque tentativi di al-Qa‘ida di ricognizioni su obbiettivi negli Stati Uniti o di tentativi per infiltrare i suoi agenti nel nostro Paese. Grazie a questi costanti progressi, il nemico è indebolito, ma ancora in grado di portare avanti operazioni a livello globale. Il nostro impegno è chiaro: noi non avremo tregua fino a quando le reti internazionali del terrore non saranno scoperte e spezzate, e i loro capi chiamati a rispondere delle loro azioni omicide.

Come seconda cosa, siamo decisi ad impedire il possesso di armi di distruzione di massa ai regimi fuorilegge e i loro alleati terroristi che le userebbero senza esitazione. Gli Stati Uniti, operando insieme alla Gran Bretagna, al Pakistan e ad altre nazioni, hanno portato alla luce e smantellato un’importante operazione di commercio clandestino di tecnologia nucleare, guidata da A. Q. Khan. La Libia ha abbandonato i programmi di armi chimiche e nucleari e ha rinunciato ai missili balistici a lunga gittata. E nell’ultimo anno, l’America e i suoi partner dell’Iniziativa di sicurezza contro la proliferazione hanno bloccato oltre una dozzina di spedizioni di tecnologia nucleare sospetta, tra cui materiali per il programma iraniano di missili balistici.

Questi progressi hanno ridotto i pericoli per le nazioni libere, ma non li hanno eliminati del tutto. Uomini crudeli decisi a usare queste armi terribili contro di noi lavorano affannosamente per entrarne in possesso. E noi lavoriamo febbrilmente per tenere le armi di distruzione di massa lontane dalle loro mani.

Come terza cosa, siamo decisi ad impedire che gruppi terroristici possano ricevere riparo e il sostegno dei regimi fuorilegge. Stati sponsor del terrorismo come la Siria e l’Iran hanno una lunga storia di collaborazione con gruppi terroristici, e non meritano alcun segno di pazienza da parte delle vittime del terrore. Gli Stati Uniti non fanno distinzione tra chi compie atti terroristici e chi dà ai terroristi sostegno e riparo, in quanto ugualmente colpevoli di omicidio. Qualsiasi governo che scelga di essere alleato del terrore sceglie anche di essere nemico della civiltà. E il mondo civile deve chiamare questi regimi a renderne conto.

Come quarta cosa, siamo decisi ad impedire che i militanti estremisti controllino un qualsiasi paese, che sarebbe usato come base e rampa di lancio per il terrore. Per questa ragione, noi combattiamo al fianco dei nostri partner afghani contro ció che rimane dei Talebani e dei loro alleati di al-Qa‘ida. Per questa ragione, lavoriamo insieme al presidente Musharraf per contrastare e isolare gli estremisti in Pakistan. E per questa ragione, combattiamo in Iraq contro i rimasugli del regime e i terroristi. L’obbiettivo dei terroristi è rovesciare una democrazia nascente, impadronirsi di un Paese strategico facendone un porto sicuro per il terrorismo, destabilizzare il Medio Oriente e colpire l’America e altre nazioni libere con sempre maggior violenza. Il nostro obbiettivo è sconfiggere i terroristi e i loro alleati nel cuore della loro potenza, e perciò noi sconfiggeremo il nemico in Iraq.

La nostra coalizione, insieme agli alleati iracheni, procede in base a un piano militare specifico e di ampio respiro. Zona per zona, città per città, conduciamo azioni d’attacco per eliminare le forze nemiche e lasciare dietro di noi unità irachene che impediscanoal nemico di tornare. All’interno di queste zone, lavoriamo per garantire miglioramenti tangibili nella vita dei cittadini iracheni. E stiamo aiutando la nascita di un governo eletto che unisca il popolo iracheno contro l’estremismo e la violenza. Questo lavoro comporta gravi rischi per gli iracheni, per gli americani e per le forze della coalizione. Le guerre non si vincono senza sacrificio, e questa guerra richiederà un sacrificio ancora maggiore, tempi pù lunghi e maggiore risolutezza.

I terroristi sono il nemico più feroce che abbiamo mai affrontato. Non li frena nessuna delle nostre più comuni regole umanitarie, né alcun codice di guerra. Nessuno dovrebbe sottovalutare le difficoltà che ci attendono, né sorvolare sul contributo che noi apportiamo in questa lotta.

Alcuni osservatori guardano al compito che ci attende e abbracciano il pessimismo autodisfattista. Non è giustificato. A ogni attentato indiscriminato, a ogni funerale di bambino diventa più evidente che gli estremisti non sono patrioti, o combattenti della resistenza – essi sono assassini in guerra con lo stesso popolo iracheno.

Di contro, i leader eletti dell’Iraq si stanno rivelando forti e tenaci. Secondo tutti gli standard o precedenti storici, l’Iraq ha realizzato un progresso politico incredibile: dalla tirannia alla liberazione, a elezioni nazionali, alla stesura della Costituzione, nello spazio di due anni e mezzo. Con il nostro aiuto, le forze armate irachene stanno acquisendo nuove capacità e nuova fiducia mese dopo mese. All’epoca delle nostre operazioni a Falluja, 11 mesi fa, c’era solo qualche battaglione iracheno a partecipare ai combattimenti. Oggi sono più di 80 i battaglioni dell’esercito iracheno che combattono la guerriglia a fianco delle nostre forze. Il progresso non è semplice, ma è costante. E nessuna persona in buonafede dovrebbe ignorare, negare o sminuire i risultati raggiunti dal popolo iracheno.

Alcuni osservatori mettono in dubbio la tenuta nel tempo della democrazia irachena. Queste persone sottovalutano il potere e l’attrattiva della democrazia. Abbiamo sentito dire che la democrazia irachena è fragile perché gli iracheni litigano tra loro. Ma ció è l’essenza della democrazia: difendere la propria causa, discutere con quelli con cui… che non sono d’accordo con te, costruire il consenso attraverso la persuasione e rispondere alla volontà del popolo. Abbiamo sentito dire che gli sciiti, i sunniti e i curdi sono troppo divisi perché la democrazia possa durare. Il federalismo democratico, in realtà, è la speranza migliore per unire una popolazione differenziata, perché un sistema costituzionale federale rispetta i diritti e le tradizioni religiose di ogni cittadino, offrendo a tutte le minoranze, compresi i sunniti, un interesse e una voce in capitolo nel futuro del Paese. È vero che i semi della libertà sono stati piantati solo di recente in Iraq, ma la democrazia, quando cresce, non è un fragile fiore: è un albero solido e vitale.

Come americani, noi siamo convinti che la gente, in ogni luogo – ovunque – preferisca la libertà alla schiavitù, e che la libertà, una volta abbracciata, migliora la vita di chiunque. E quindi abbiamo fiducia che la democrazia irachena, se la coalizione e il popolo iracheno faranno ognuno la sua parte, sarà coronata dal successo.

Alcuni osservatori affermano che l’America starebbe meglio se fermassimo le perdite di vite umane e lasciassimo immediatamente l’Iraq. Questa è un’illusione pericolosa, confutata con una semplice domanda: gli Stati Uniti e le altre nazioni libere sarebbero più sicure o meno sicure con l’Iraq, il suo popolo e le sue risorse sotto il controllo di Zarqawi e Bin Laden? Dopo aver rimosso un dittatore che odiava i popoli liberi, non resteremo in disparte a guardare un nuovo gruppo di assassini, votati alla distruzione del nostro Paese, prendere il controllo dell’Iraq con la violenza.

C’è sempre la tentazione, nel pieno di una lunga battaglia, di cercare il quieto vivere, di sfuggire ai doveri e ai problemi del mondo, e di sperare che al nemico venga a noia il fanatismo e si stanchi di uccidere. Sarebbe un bel mondo, ma non è il mondo in cui viviamo. Il nemico non è mai stanco, mai sazio, mai appagato dalle brutalità passate. Questo nemico considera ogni ritirata da parte del mondo civile un invito a maggiori violenze. In Iraq, non esiste pace senza vittoria. Noi terremo i nervi saldi e raggiungeremo la vittoria.

Il quinto elemento della nostra strategia nella guerra contro il terrore è impedire ai militanti estremisti reclutamenti futuri, sostituendo l’odio e il risentimento con la democrazia e la speranza nel più vasto Medio Oriente. Questo è un progetto difficile e a lungo termine, ma non ci sono alternative. Il nostro futuro e il futuro di quella regione sono collegati. Se il Medio Oriente verrà lasciato crescere nell’amarezza, se i Paesi rimarranno nella miseria, mentre i radicali estremisti fomentano il risentimento di milioni di persone, allora quella parte del mondo sarà causa di conflitto interminabile e pericolo crescente per la nostra generazione e per quella successiva. Se i popoli di quella regione verranno messi in grado di scegliere il loro destino, di progredire grazie alle proprie forze e alla loro partecipazione in quanto uomini e donne liberi, allora gli estremisti saranno emarginati, e il flusso di radicalismo violento verso il resto del mondo rallenterà, e alla fine terminerà. Sostenendo la speranza e la libertà di altri, noi rendiamo più sicura la nostra libertà.

L’America porta avanti questa battaglia con metodi pratici. Incoraggiamo i nostri amici in Medio Oriente, tra cui l’Egitto e l’Arabia Saudita, ad intraprendere il camino delle riforme, per rafforzare le società nella lotta contro il terrore, rispettando i diritti e le scelte dei popoli. Noi sosteniamo i dissidenti e i fuoriusciti contro i regimi oppressivi, perché sappiamo che i dissidenti di oggi saranno i leader democratici di domani. Sosteniamo la nostra causa attraverso azioni diplomatiche, affermando con chiarezza e sicurezza la nostra fiducia piena nell’autodeterminazione, nello stato di diritto, nella libertà religiosa e nell’uguaglianza dei diritti alle donne, convinzioni che sono valide e vere in qualsiasi Paese e in qualsiasi cultura.

Mentre facciamo la nostra parte per fronteggiare il radicalismo, sappiamo che il lavoro più importante verrà fatto all’interno del mondo islamico stesso. E questo lavoro è cominciato. Molti studiosi islamici hanno già pubblicamente condannato il terrorismo, spesso citando il capitolo V, versetto 32 del corano, che afferma che uccidere un essere umano è come uccidere tutta l’umanità, e salvare la vita di una persona è come salvare tutta l’umanità. Dopo gli attacchi a Londra del 7 luglio, un imam degli Emirati Arabi Uniti ha dichiarato: “Chiunque faccia una cosa del genere non è un musulmano, né una persona religiosa”. È venuto il momento che tutti i leader islamici responsabili si uniscano nel denunciare l’ideologia che si serve dell’islam per fini politici, e profana una nobile fede.

Molte persone di fede musulmana stanno dimostrando il proprio impegno correndo gravi rischi personali. In tutti i posti in cui abbiamo ingaggiato la lotta contro l’estremismo, alleati musulmani si sono fatti avanti, unendosi alla lotta e diventando nostri partner per una causa fondamentale. Le truppe afghane stanno combattendo contro quello che rimane dei Talebani. I soldati iracheni si stanno sacrificando per sconfiggere al-Qa‘ida nel loro Paese. Questi valorosi cittadini conoscono la posta in palio – la sopravvivenza della loro libertà, il futuro della loro regione, la giustizia e l’umanità della loro tradizione – e gli Stati Uniti sono orgogliosi di essere al loro fianco.

Con l’ascesa di un nemico mortale e il dispiegarsi di una battaglia ideologica globale, la nostra epoca storica sarà ricordata per le nuove sfide e per i pericoli senza precedenti. Ma la battaglia che abbiamo intrapreso è anche l’espressione attuale di una lotta antica, tra coloro che ripongono la propria fede nei dittatori e coloro che la ripongono nel popolo. Nel corso della storia, i tiranni e gli aspiranti tali hanno sempre proclamato che l’omicidio è giustificato al servizio della loro ambiziosa visione, e hanno finito con l’alienarsi le simpatie delle persone oneste in tutto il mondo. I tiranni e gli aspiranti tali hanno sempre sostenuto che le società irreggimentate sono forti e pure, fino al momento in cui quelle società crollano sotto la corruzione e nello sfacelo. I tiranni e gli aspiranti tali hanno sempre sostenuto che gli uomini e le donne liberi sono deboli e decadenti, fino a quando quegli uomini e donne liberi non li sconfiggono.

Noi non conosciamo gli sviluppi della nostra lotta, il corso che essa prenderà o i sacrifici che potrebbero attenderci in futuro. Sappiamo, però, che la difesa della libertà vale il nostro sacrificio. Sappiamo che l’amore della libertà è la più potente forza della storia. E sappiamo che la causa della libertà ancora una volta prevarrà.

Che Dio vi benedica.

FINE

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