testo originale in inglese
"La guerra non è finita ma gli iracheni sono con noi", 17 dicembre 2003
Intervista all'Ambasciatore Mel Sembler
La seguente intervista è apparsa sul quotidiano "La Nazione" del 17 dicembre 2003
Intervista di Roberto Baldini
«La causa della pace e della stabilità ha fatto un passo da gigante con la cattura di Saddam Hussein. Prenderemo anche Bin Laden: la giustizia a volte richiede tempo, ma arriva». Un passo da gigante, dice Mel Sembler, ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, grande sostenitore e amico personale di George W. Bush.
E' cambiato qualcosa in Iraq, si procede nella direzione tracciata, la diplomazia è al lavoro (oggi l'inviato Usa James Baker incontra Berlusconi a Roma, parleranno del debito iracheno). Eppure sul campo si continua a sparare.
Ambasciatore, in Iraq gli attacchi alla coalizione e le autobombe non si fermano: i cosiddetti "insurgents" sembrano essere ancora sostenuti dalla popolazione...
«Gli attacchi continuano, ma non sono affatto d'accordo con chi parla della popolazione irachena come se stesse dalla parte degli estremisti baathisti e del terrorismo. La verità è che la maggioranza degli iracheni condivide la nostra visione di un Iraq libero, democratico e stabile».
Saddam sarà processato dagli iracheni?
«C'è bisogno di tempo. Intanto nel paese bisogna ricostruire una giurisdizione, oggi non esiste nulla che gli assomigli. E forse pochi sanno che l'Italia sta svolgendo un ruolo guida proprio nella ricostruzione del sistema giudiziario iracheno: un impegno, che potrà dare un importante contributo anche in relazione al processo a Saddam».
L’Italia è stata colpita al cuore dall'attentato di Nassirya. Che cosa risponderebbe a chi le chiedesse per quale scopo sono morti i soldati italiani?
«Mi lasci esprimere di nuovo le mie più profonde condoglianze alle famiglie degli uomini che il vostro paese ha perso a Nassirya. Gli italiani che sono morti erano là per portare pace in una terra difficile, per portare libertà a un popolo che ha sofferto troppo a lungo sotto la tirannia. Ci sono eroi in una grande causa. E le parole non possono esprimere la gratitudine che noi abbiamo per il loro grande ma terribile sacrificio».
Da più parti si chiede a gran voce che la ricostruzione del paese sia gestita direttamente dall’Onu, anche per ridurre i rischi legati al terrorismo
«L'Onu ha un ruolo importante nella ricostruzione dell'Iraq: ma non credo che l'Iraq sarebbe più sicuro sotto una giurisdizione Onu. Non dimentichiamo che i terroristi hanno colpito non soltanto le forze della coalizione ma anche la stessa Onu e la Croce Rossa internazionale. Il loro obiettivo è mettere un cuneo tra il nuovo Iraq e la comunità internazionale, isolandolo dal resto del mondo».
La «dottrina Bush» che guida la politica estera dell'attuale amministrazione è stata semplificata nella "teoria della guerra preventiva". Si possono ipotizzare nuovi interventi militari in nazioni considerate dagli Stati Uniti potenzialmente pericolose come l'Iran degli ayatollah o la Siria?
«Guardi, non stiamo cercando un altro paese da invadere. Siamo certamente preoccupati per il sostegno della Siria e dell'Iran al terrorismo, ma il presidente ha molti strumenti a sua disposizione: politici, economici, diplomatici, di intelligence, di polizia. E ora anche uno strumento nuovo: la forza dell'esempio. Questo esempio è l'Iraq. Siria, Iran e altri paesi dovrebbero rendersi conto che cercare di procurarsi armi di distruzione di massa e alimentare le attività terroristiche non è nel loro interesse».
Il clima bipartisan che ha sostenuto i primi passi dell'America dopo l'11 settembre oggi è molto più evanescente, anche per la vicinanza della campagna presidenziale. E uno dei temi più caldi del dibattito interno americano è indubbiamente il rapporto fra Stati Uniti ed Europa: si può ricucire lo strappo tra i due vecchi alleati provocato dall'intervento in Iraq?
«L'America crede nelle grandi alleanze di cui fa parte: facciamo quello che facciamo non con il proposito di offendere qualcuno, ma perché abbiamo solidi principi in cui crediamo, e questi principi dobbiamo difenderli, così come i nostri interessi. Credo che il continuo dialogo sia la via migliore per trovare soluzioni comuni ai problemi che abbiamo tutti di fronte nel contesto delle organizzazioni internazionali e delle nostre grandi partnership. Ecco perché salutiamo con calore la dichiarazione della scorsa settimana del Consiglio europeo sotto la presidenza italiana sull'importanza delle relazioni transatlantiche. Siamo assolutamente d'accordo che siano "insostituibili". Ci consultiamo praticamente su ogni argomento ed evento, perché abbiamo uno scopo comune: lavorare insieme per rendere il mondo più sicuro e più stabile».