Martin
Luther King, jr
Un movimento chiamato Libertà

La pagina del sito dell'Ambasciata
dedicata all'evento
Omaggio in parole e musica, in un evento sponsorizzato dall’Ambasciata
degli Stati Uniti in Italia e l’Ambasciata degli Stati Uniti presso la
Santa Sede, il 16 gennaio 2006
E nel 1954 si voltò pagina. La segregazione razziale nelle scuole fu
legalmente abolita con la sentenza della corte suprema detta “Oliver
Brown contro il comitato della pubblica istruzione di Topeka, Kansas”.
Il caso fu vinto dal procuratore legale Thurgood Marshall che nel 1967 sarebbe
divenuto il primo giudice nero alla Corte Suprema. Una precedente sentenza
giudiziaria detta “Plessy contro Ferguson”, emessa nel periodo
dopo la Guerra Civile detto “della Ricostruzione”, aveva stabilito
che scuole ed istituti universitari dovessero essere “uguali ma separati”.
Ora, comunque, era lo spirito di libertà ed opportunità che cominciava
ad emergere.
Primo dicembre 1955.
“Signore Iddio, non c’è nulla di peggio che essere stanchi
fino all’osso. Lavori tutto il giorno cucendo insieme pezzi di stoffa per
guadagnarti qualche dollaro. Poi finisci e te ne vai a casa col solito vecchio
autobus, arrugginito, polveroso, sgangherato, dove a malapena trovi un posto
a sedere per uno di noi neri. Beh, oggi è proprio il giorno, giuro, che
se non ci fosse neanche un posto, il mio non lo cederò al Mister Mman
bianco”. Rosa Parks, una sarta ed attivista di Montgomery, Alabama, sarebbe
passata alla storia per aver rifiutato di cedere il suo posto ad un uomo bianco.
Per questo suo atto di sfida, fu arrestata e multata. Questo unico, semplice
gesto fece da catalizzatore per il boicottaggio degli autobus di Montgomery,
che durò 381 giorni, facendo crollare l’introito dei mezzi pubblici
di un 65%. Tra i cinquanta leader della comunità nera, si fece notare
il giovane ministro protestante Martin Luther King, jr. che fu arrestato e multato
di $500. Appena otto mesi più tardi, la Corte Suprema avrebbe decretato
incostituzionale la segregazione sui mezzi pubblici in base ai casi sostenuti
dalla Corte contro la segregazione nelle scuole. Una delle principali attiviste
per i diritti civili, Amalia Platts Boynton Robinson, disse in questa occasione: “C’è un
limite oltre il quale la sopportazione cessa di essere virtù”.
Una cosa è che passi una legge, altra cosa è farla rispettare.
Nel 1957 la “Little Rock Central High School” fu desegregata. A
nove studenti neri era stato proibito l’ingresso alla “Central
High”, prima dal governatore dello Stato, poi dalla guardia nazionale
ed infine da mille abitanti della città. Finalmente, un ordine esecutivo
del Presidente Eisenhower decretò che la legge anti-segregazionista
fosse imposta facendo intervenire più di mille paracadutisti e diecimila
soldati della Guardia Nazionale. Così il 25 di settembre la scuola secondaria “Central
High” fu desegregata.
Nel 1959 il ministro e nuovo attivista Martin Luther King, jr. avrebbe consolidato
la sua base filosofica per le lotte che sarebbero seguite, visitando l’India
e approfondendo gli insegnamenti del Mahatma Gandhi che aveva affermato: “La
non-violenza è il primo articolo della mia fede. Essa è anche
l’ultimo articolo del mio credo.” Il movimento non violento di
Gandhi aveva portato libertà al suo paese ed aveva introdotto un’idea
per la quale i tempi erano ora maturi. “L’ingiustizia” diceva
Martin Luther King, jr. “in qualsiasi luogo accada, è una minaccia
alla giustizia in assoluto”.
Il periodo che va dal 1960 al 1962 segnò un’accelerazione nella
resistenza non-violenta. Questa filosofia si manifestò attraverso “sit-ins”, “pray-ins” (gruppi
di preghiera), “freedom rides” e tentativi di desegregare luoghi
pubblici come le mense. Gli sforzi per integrare istituzioni di scuola superiore
e università venivano evidenziati anche dalla iscrizione di un unico
studente nero presso una singola università. Il movimento adottò anche
una canzone per ispirare i volontari a volte scoraggiati dalle difficoltà, “we
shall overcome” , adattata da un antico canto siciliano, divenuto poi
spiritual durante il periodo della schiavitù ed infine adottato come
inno afro-americano dal 1900. Questo ravvivarsi della determinazione di ribaltare
le barriere razziali non si limitava solo alla popolazione nera. Molit cittadini
di ogni colore ed origine si associavano alla lotta spesso rischiando la loro
incolumità e, a volte, la vita stessa. Cittadini furono morsi da cani,
picchiati, presi a manganellate, sottoposti dai poliziotti a scosse elettriche
e gas. Molti infatti furono quelli che persero la vita in quei primi giorni
di lotta. Poiché man mano che la lotta per sostenere la nuova legge
nazionale avanzava, i pacifisti che resistevano dovettero confrontarsi con
la violenza dello “status quo”.
Una pietra miliare negli eventi del 1962 fu l’ordine esecutivo del Presidente
Kennedy che James Meredith, il primo studente nero iscritto all’Università del
Mississippi, fosse scortato al campus da sceriffi federali. Questo causò una
rivolta e due studenti furono uccisi prima che la Guardia Nazionale arrivasse
per dar manforte agli sceriffi federali.
L’anno dopo la rivolta all’ Università del Mississippi,
detta “Ole Miss”, l’attenzione si spostò su Birmingham,
Alabama. A Birmingham la segregazione razziale era talmente estrema che i neri
vi condussero “sit-ins” alle mense, “kneel-ins” nelle
chiese e altre forme di protesta presso molti luoghi dove era stato loro negato
il servizio o l’ingresso. Centinaia di dimostranti furono multati o messi
in prigione. Nonostante aperte minacce, i Reverendi Martin Luther King, Jr.
Ralph Abernathy e Fred Shuttlesworth condussero una marcia di protesta. I poliziotti
e i loro cani confrontarono i dimostranti. I tre ministri furono arrestati
e trattenuti nella prigione di South Side.
Nello stesso anno, la nazione ed il mondo furono testimoni del momento più indimenticabile
e determinante nella storia del Movimento per i Diritti Civili: la marcia su
Washington del 28 agosto 1963. Questo segnò l’apice delle dimostrazioni
pacifiste e divenne un simbolo permanente della protesta non-violenta. Migliaia
di cittadini si raccolsero attorno al Lincoln Memorial di Washington per ascoltare
le parole immortali del discorso di Martin Luther King, jr., “I Have
a Dream”: (Io ho un sogno). “Io ho ancora un sogno. E’ un
sogno profondamente radicato nel Sogno Americano. Io sogno che un giorno questa
nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso del
suo credo: “Noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini
sono creati uguali”. Con questa fede saremo in grado di trasformare le
stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.
Quello sarà il giorno in cui tutti i Figli di Dio sapranno cantare con
significati nuovi: “Paese mio, di te, dolce terra di libertà,
di te io canto. Terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino,
da ogni pendice di montagna risuoni la liberta”. E se l’America
vuole essere una grande nazione questo deve accadere. Così lascia che
risuoni la libertà. E quando lasceremo risuonare la libertà da
ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni Stato e da ogni città, accelereremo
anche quel giorno in cui tutti i Figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili,
protestanti e cattolici, sapranno tenersi per mano e cantare con le parole
del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente, grazie
a Dio onnipotente, siamo liberi finalmente.”
Nel 1964, il ruolo di Martin Luther King jr., fu riconosciuto a livello internazionale
quando ricevette il Premio Nobel per la Pace. Il suo impegno per liberare la
nazione dal proprio passato di violenza a causa della schiavitù e della
discriminazione non era più soltanto una questione locale. L’impatto
del suo coraggioso lavoro ora si irradiava ad ispirare e coinvolgere l’intero
pianeta. Egli dunque proseguiva il suo cammino sulle orme della Libertà.
Di questa pietra miliare, il Dr.King disse: “ La via tortuosa che ha
portato da Montgomery fino ad Oslo è una strada per la quale milioni
di neri stanno viaggiando alla ricerca di un senso di dignità. Questa
strada , io sono convinto, si allargherà fino a divenire una autostrada
di giustizia”. Mentre il Dr. King si trovava in Europa per ricevere il
Premio Nobel per la Pace, fu invitato a parlare al Festival Jazz di Berlino.
Il suo appassionante discorso sottolineò il legame sempre esistente
tra musica nera e lotta universale per la libertà. E richiamò l’attenzione
sul più grande contributo che l’America ha dato al mondo: quella
musica che muove l’anima chiamata Jazz. Queste sono le parole di Martin
Luther King, jr. al Festival Jazz di Berlino del 1964: “Dall’oppressione
Dio ha forgiato molte cose. Egli ha dotato le sue creature della capacità di
creare e da questa capacità sono derivate le dolci canzoni di sofferenza
e gioia che hanno permesso all’uomo di superare molte difficili situazioni.
Il Jazz parla di vita. Il Blues parla delle difficoltà della vita, e
se ti fermi a riflettere un momento ti rendi conto che queste storie trattano
delle più dure realtà della vita e le mettono in musica così da
poterne trarre nuova speranza e senso di trionfo. Poiché questa è musica
trionfante. Il Jazz moderno prosegue in questa tradizione, cantando le canzoni
di una più complessa esistenza urbana. Quando la vita stessa non ti
offre ordine o significato alcuno, il musicista crea un ordine e un significato
dai suoni della terra che sgorgano dal suo strumento. Non c’è da
meravigliarsi che una così importante parte della ricerca di una propria
identità per gli afro-americani sia stata sostenuta da musicisti jazz.
Molto prima che moderni saggisti e studiosi scrivessero di “identità razziale” come
di un problema per un mondo multi-razziale, i musicisti erano tornati alle
loro radici per esprimere ciò che si agitava nella loro anima. Molta
della potenza del nostro movimento verso la libertà negli Stati Uniti è nato
da questa musica. Essa ci ha fortificato con i suoi ritmi potenti quando il
coraggio cominciava a venir meno. Ci ha calmato con le sue ricche armonie quando
lo spirito cominciava a darsi per vinto. É stato così fin dai
giorni dei semplici spiritual neri. Ed ora il Jazz si esporta in tutto il mondo.
Poiché nella lotta particolare del nero in America c’è qualcosa
di affine alla lotta universale dell’uomo moderno. Tutti hanno i “Blues” cioè momenti
di sconforto. Tutti ricercano un significato nella propria vita. Tutti hanno
bisogno di amare ed essere amati. Tutti hanno bisogno di batter le mani ed
esser felici. Tutti desiderano la fede. E nella musica, e in particolare in
questa categoria detta Jazz, c’è un punto di partenza per tutte
queste cose.
La lotta era comunque ancora lungi dalla fine. Il 1964 fu oscurato dalla scomparsa,
nel Mississippi, di tre volontari per i diritti civili: James Chaney, Andrew
Goodman e Michael Schwerner, che dopo esser stati fermati per eccesso di velocità,
furono ritrovati cadaveri sei settimane più tardi. Inoltre, lo sdegno
per l’uccisione di alcuni dimostranti per i diritti civili da parte di
un poliziotto nella Contea di Marion in Alabama spinse nel 1965 la comunità nera
di Selma a tenere una marcia. Sabato 6 marzo , anche settantadue cittadini
bianchi giunsero a Selma per protestare contro le ingiustizie sofferte dagli
afro-americani. Domenica 7 marzo, Martin Luther King, jr. decise di guidare
i dimostranti in marcia da Selma fino alla capitale dello stato, Montgomery,
per appellarsi direttamente al governatore George Wallace affinché ponesse
un freno alla brutalità dei poliziotti e desse il suo appoggio al diritto
di voto. Il Governatore Wallace si oppose alla marcia non concedendo ai dimostranti
il permesso di procedere. Il Dr. King allora si recò a Washington per
parlare con il Presidente Johnson, posticipando così l’inizio
della marcia a lunedì 8 marzo. La gente di Selma decise in ogni caso
di iniziare la marcia di domenica piuttosto che rinviare la protesta. Dopo
aver attraversato il fiume Alabama, la gente fu bloccata dai poliziotti dello
Stato che intimarono agli attivisti di disperdersi. Improvvisamente, senza
attendere che l’avvertimento venisse accolto, i poliziotti li attaccarono
con gas lacrimogeni e manganelli. In quel momento la folla di quasi mille persone
era raccolta in preghiera. I poliziotti continuarono a colpire i dimostranti
in maniera indiscriminata compresi i residenti di un complesso abitato da neri
che non avevano tuttavia partecipato alla marcia. Una delle persone colpite
e gassate quel giorno era Amelia Platts Boynton Robinson che più tardi
dichiarò: “Quando ignoriamo il male, la povertà e l’ingiustizia
attorno a noi e non facciamo nulla, ne diventiamo anche noi complici”.
Questo episodio conosciuto come “Bloody Sunday” (domenica di sangue),
suscitò attenzione a livello nazionale e numerose marce ebbero luogo
in tutto il paese come risposta a questo increscioso incidente. Martin Luther
King, jr., martedì 9 marzo, condusse una marcia fino al ponte Edmund
Pettis di Selma, Alabama. Un dimostrante rimase ucciso. Tra i molti altri martirizzati
in Alabama ci furono anche vittime di origine italiana, come Viola Liuzzo.
Finalmente, con il permesso del Presidente Johnson, il Dr. King condusse con
successo, domenica 21 marzo, una marcia di 50 miglia (87 km) da Selma a Montgomery.
Oltre 3000 persone parteciparono all’evento. Mercoledì 24 marzo
i marciatori, stremati, furono accolti da sostenitori provenienti da tutto
il mondo ed intrattenuti anche da molte star come Tony Bennett (Antonio Benedetto).
Giovedì 25 marzo, 50.000 persone marciarono fino alla capitale dello
Stato. Spinto da questa drammatica situazione, il Presidente Johnson chiese
ad ambedue le Camere del Congresso di esprimersi in merito alla questione dei
diritti civili. Più tardi in questo stesso anno l’atto sul diritto
di voto divenne quindi legge. Da questo momento in poi, ad ogni cittadino degli
Stati Uniti, senza distinzione di razza, credo, sesso o origine, fu concesso
il diritto di votare e se tale diritto gli fosse stato negato, ad ogni cittadino
furono dati gli strumenti legali per difendere questo diritto.
1966. Edward Brooke, Repubblicano del Massachusetts, fu il primo afro-americano
in 85 anni, cioè dal periodo detto della ‘Ricostruzione’,
ad essere eletto senatore degli Stati Uniti.
1968. Quasi quindici anni erano trascorsi dalla storica delibera della Corte
Suprema che riconosceva a tutti il diritto all’istruzione. Anno dopo
anno, barriere si erano sgretolate dinnanzi al coraggio, all’eloquenza
e alla disubbidienza civile basata sulla non-violenza del Premio Nobel Martin
Luther King, jr. Intanto la lotta per la libertà aveva portato il Dr.
King a Memphis nel Tennessee. Il 4 aprile 1968, la pallottola di un assassino
spense per sempre la sua vita, anche se non ne spense la voce. Ecco le sue
ultime parole di vibrante ispirazione:
“Ci aspettano tempi duri. Ma cio’ ora non mi preoccupa. Poiché sono
stato in cima alla montagna. E dunque non mi preoccupa. Come chiunque altro vorrei
vivere una lunga vita. La longevità ha il suo valore. Ma ciò non
mi preoccupa ora. Voglio solo fare il volere di Dio. Ed egli mi ha permesso di
andare alla montagna. E da lì io ho guardato oltre. Ed ho visto la Terra
Promessa. Forse non ce la farò ad arrivarci insieme a voi, ma voglio che
sappiate questa sera stessa, che noi, come popolo unito, arriveremo alla Terra
Promessa. Io così non temo alcun uomo. I miei occhi hanno visto la gloria
della venuta del Signore.”
Quattro giorni dopo l’assassinio del Dr. King, il Deputato del Congresso
John Conyers introdusse la prima legislazione che proponesse una giornata di
ricorrenza nazionale in onore del Dr. King. Questa pietra miliare non fu raggiunta
che quasi venti anni più tardi.
I principi per i quali Martin Luther King, jr. visse e morì sono universali.
Gli Stati Uniti d’America li dichiararono nella loro lotta per l’indipendenza
e li riaffermarono nelle parole scolpite sulla Statua della Libertà che
si erge nel porto di New York, vicino ad Ellis Island. Donata dalla Francia,
scolpita da un italiano, iscritta con le parole eloquenti di una figlia di
immigrati, la torcia di “Lady Liberty” continua ad essere simbolo
dei nostri più alti ideali.
Martin Luther King, jr. ci ha lasciato il suo esempio come ispirazione. Ci
ha anche lasciato un arduo compito: quello di essere , giorno dopo giorno,
persone migliori, più impegnate ed interdipendenti. Lui non ce l’ha
fatta a raggiungere la Terra Promessa, ma noi possiamo farlo. É il nostro
mondo e la nostra scelta: creare libertà per tutti. Il nostro compito
sarà anche portare avanti il suo esempio e realizzare le sue parole: “Credo
che la verità disarmata e l’amore incondizionato avranno l’ultima
parola nella realtà”.
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